iste le premesse Liberaci delude un po’. Non e’ un brutto film, tutt’altro, se paragonato ad altri prodotti del filone e’ ampiamente sopra la media ma alla fine rimane un senso di incompletezza in questa opera che chiude la trilogia delle possessioni demoniache di Scott Derrikson, iniziata con quei due gioiellini che furono L’esorcismo di Emily Rose e il recente Sinister. Forse troppo complicato e rischioso e alla fine incompiuto il tentativo di coniugare il thriller poliziesco cupo e violento alla Seven con il paranormale e le possessioni tipiche de L’esorcista. Perché nonostante suggestioni ( vedi l’incipit in Iraq, che è molto debitore del ritrovamento del demone Pazuzu, prologo proprio de L’esorcista ) ed iconografie horror ( scritte in latino arcaico che aprono ” porte” ) Liberaci altro non è che un tipico thriller notturno, tratto da una storia vera si dice…, che muove i suoi personaggi ( in primis l’ufficiale di polizia Sarchie, protagonista assoluto e filo conduttore dell’indagine, che nasconde un oscuro segreto ) in un bronx volutamente dark, con vari crimini legati tra loro da un origine ignota e demoniaca. Proprio l’origine oscura in un certo senso fa da contorno, fa da mezzo, visto che il fine ultimo e’ ricostruire il concetto di famiglia, perso nel tempo, tramite un viaggio che porterà chi indaga a far cadere il proprio pragmatismo razionale in cui crede verso una sconvolgente irrazionalità, il tutto guidato da un ( rinnegato ) prete, fin troppo fascinoso e cool e allo stesso tempo perverso ed inquietante, che lo inizierà alla demologia. Tanti sotto temi poi non sviluppati a dovere o che sembrano aleatori alla trama, come quello dei criminali reduci dall’Iraq ( tornati indemoniati) con le musiche dei Doors, che aleggeranno fin dai titoli di testa, che sembrano creare un legame, un parallelo temporale tra loro e gli ex combattenti del Vietnam ( tornati pure loro malconci ). Ma il nesso finisce li. Come non e’ chiaro il “dono” di Sarchie da cosa derivi e perché si riconduce ad un suo familiare. Per non parlare delle pochissime inquadrature della bellissima Olivia Munn. Tale meraviglia meritava un altro tipo di “trattamento”

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