Il viaggio di Bilbo Baggins, Gandalf e dei nanetti capeggiati da Thorin Scudodiquercia alla riconquista del regno di Erebor, occupato dal possente e temibile drago Smaug, continua nella seconda parte della nuova trilogia di Peter Jackson sull’universo creato da Tolkien. Dopo un piccolo flashback, la narrazione riprende esattamente da dove si era fermata nel precedente capitolo fino ad arrivare al momento più atteso della pellicola, lo scontro con Smaug. Ma prima che ciò avvenga, la compagnia dovrà affrontare tante altre avventure e ostacoli letali: ragni, orchi, elfi e il ritorno del Signore Oscuro Sauron. Inizio col dire che dal punto di vista dello svolgimento della storia, La Desolazione di Smaug non presenta i tempi morti che tanto sono stati criticati al primo film, anzi’ tutto è calibrato benissimo. Come ben saprete, la suddetta trilogia è tratta dal libro di Tolkien del 1937 “Lo Hobbit”, scritto 17 anni prima de Il Signore degli Anelli, che nacque palesemente come un libro per bambini adoperando quindi toni molto fiabeschi. Inizialmente erano previsti soltanto 2 film, ma poi Jackson decise di aggiungerne un terzo per dislocare in maniera migliore l’intera vicenda. Premesso che il vero motivo di questo “allungamento” è come spesso succede di tipo economico, il sottoscritto non si è indignato più di tanto nell’apprendere la notizia perchè Lo Hobbit è si un libro breve rispetto a quelli della saga successiva, ma nel quale comunque avvengono molti eventi che magari nel libro non sono molto approfonditi, e che potrebbe essere tranquillamente espansi (battaglie). Tuttavia, per allungare il brodo, Jackson è stato costretto ad inserire o reinserire personaggi che nell’opera di Tolkien non sono presenti o non esistono proprio. E’ il caso dell’elfo Legolas, dalla trilogia del signore degli anelli, e alla new entry l’elfa Tauriel. Quest’ultima però risulta essere poco incisiva ai fini della storia, se non per la relazione amorosa che nascerà in maniera fin troppo frettolosa e ai limiti del ridicolo con uno dei nani. Ma in linea di massima non mi è dispiaciuto il suo inserimento, come anche quello di Legolas che in fin dei conti nella struttura della storia ci calza bene. Notevole come venga messo in rilievo il cambiamento di Bilbo, che rimane comunque a mio parere il più adorabile personaggio della saga, in seguito al ritrovamento dell’anello. E se la sceneggiatura talvolta barcolla leggermente, è nella cura dei dettagli e nell’uso magistrale della CGI che si ritrova la vera eccellenza di questo secondo film, che riesce addirittura a superare dal punto di vista tecnico tutti i suoi predecessori. Gli ultimi 40 minuti sono da standing ovation! Dimenticate tutti i draghi che avete visto al cinema finora, Smaug è veramente il più fascinoso, grandioso, imponente drago mai visto e realizzato! Jackson dirige magistralmente tutte le scene d’azioni, ma in particolare il finale, per poi staccare in un punto cardine e costringerci a impostare di nuovo il timer, questa volta al 7 dicembre 2014, quando uscirà nelle sale “Racconto di un ritorno” (ultimo atto, già ultimato e in fase di post-produzione). Insomma, Lo Hobbit-La Desolazione di Smaug è un film che funziona, nonostante il legittimo malcontento dei puristi tolkieniani in seguito a sostanziali cambiamenti, ma c’era da aspettarselo. Ciò che conta è che sia sia dimostrato un’ottimo preludio a quello che sarà il gran finale, o almeno si spera.

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