La contea è alle spalle, e davanti agli occhi di Bilbo, Gandalf e dei nani si erge maestosa la Montagna Solitaria. Al suo interno Smaug riposa sepolto sotto un immenso numero di monete d’oro, lì, nell’ormai decaduto regno di Erebor, dove l’Arkengemma giace in attesa del legittimo re. Il percorso dei nostri eroi è irto di ostacoli, e un’antica minaccia sta per risvegliarsi nell’abbandonata fortezza di Dol Guldur. Pericoli e desolazione si interpongono tra la compagnia guidata da Thorin e la loro meta, e la loro missione è ora più difficile che mai.

Dopo “Un viaggio inaspettato”, Peter Jackson torna in sala con il secondo attesissimo capitolo de Lo Hobbit, dove i toni da commedia del primo film vengono sostanziosamente tinti da tonalità più cupe, e le passeggiate per la terra di mezzo, tra alte vette, sconfinate pianure e luoghi mozzafiato, vengono interrotte a più riprese da scene d’azione fluide e calcolate fin nel minimo dettaglio nella loro messa in scena, che rendono “La desolazione di Smaug” un film più movimentato, reattivo e d’impatto. Se molti elementi della prima pellicola restano immutati, come ad esempio la luminosità degli ambienti, la pulizia dell’immagine e la leggerezza della storia, altri nuovi aspetti vengono introdotti nel procedere della trama, non donando effettivamente nuova linfa ad una struttura già collaudata, ma espandendo ancor di più gli orizzonti originali della primogenita creatura Tolkeniana, in modo ancor più discostante e sfacciato.
Vecchi personaggi vengono reintrodotti come nuovi, e personaggi inventati per esigenze di botteghino vengono inseriti in una storyline che a livello cartaceo era volontariamente più scarna della Trilogia dell’Anello. Così, Orlando Bloom viene richiamato a vestire i panni di Legolas ed Evangeline Lilly quelli del personaggio cinematografico originale di Turiel; se però il primo è in parte un gradito ritorno che da il meglio di se nelle scene d’azione (anche se non se ne sentiva il bisogno), la seconda è stata un errore: Turiel è un personaggio mal strutturato, introdotto solo allo specifico scopo di un triangolo amoroso elfo-nano-elfo, debole nella scrittura quanto mal interpretato su schermo, neanche minimamente accostabile alla splendita Liv Tyler come Dama Arwen ne Il Signore degli Anelli. Sempre parlando di nuovi personaggi, ottima è invece da considerarsi l’interpretazione di Luke Evans nei panni dell’umano Bard di Ponte Lagolungo, tra l’altro ricostruita magnificamente, in uno stile fantasy-medievale-vittoriano da lasciare a bocca aperta, affascinante nella sua decadenza.
In quanto alle vecchie conoscenze, Freeman, McKellen e gli altri sempre perfetti nelle loro parti, anche se, è da notare, il ruolo di Bilbo ha subito un drastico calo di battute, concedendo molto più spazio anche agli altri personaggi; ma con il procedere della storia era inevitabile.

Lo Hobbit: la desolazione di Smaug trova, però, il suo vero protagonista nella seconda parte della pellicola, in un’abbondante ora dove la figura imponente del drago Smaug di ergerà in tutta la sua possanza. Lo sputa-fuoco occupa prepotentemente la scena, muovendosi lentamente, studiando Bilbo e dialogandoci, cercando di carpire dal piccolo Hobbit il motivo della sua intromissione. Una voce suadente, forte, che ti entra nelle ossa, doppiata in Italiano dal bravissimo Luca Ward, che copre egregiamente la sontuosa voce originale del drago, che in inglese è del lanciatissimo Benedict Cumberbatch, di cui almeno la motion capture rimane, regalando allo spettatore uno dei draghi migliori della storia del cinema. Lo scontro tra i nani, lo hobbit e il drago rimane il clou dell’intera pellicola.

Con due film usciti e tante aspettative per il terzo ed ultimo capitolo, Lo Hobbit continua il suo percorso cinematografico, partendo in modo inaspettato, passando attraverso la desolazione lasciata dal fuoco e il prossimo anno ponendo fino alla “ricerca del tesoro”; ma per ora, immersi nel cuore della montagna solitaria, la contea è ancora più lontana che mai.

Voto: 7.5

Luca Ceccotti

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