Sono passati nove anni da quando Il Signore degli Anelli: Il ritorno del re uscì nelle sale, tra l’entusiasmo generale del pubblico e della critica, tre la tristezza per la fine di una trilogia che ispirò il genere fantasy cinematografico negli anni a venire e il dispiacere per la conclusione di un evento come pochi ce ne sono stati e ce ne saranno.
Ebbene, come dicevo, dopo nove anni ecco qui, noi, cresciuti a pane e Anelli del Potere, e Peter Jackson, colui che riuscì a ricreare la Terra di Mezzo attraverso CGI, effetti speciali e trasferte in Nuova Zelanda. Eccoci qui, pronti per tornare a viaggiare nelle terre dell’Arda, ma con diversi compagni, più bassi rispetto ai precedenti (ma cronologicamente futuri), anche se coraggiosi. Ecco qui, pronti per partire alla volta delle Montagne Nebbiose in compagnia di Bilbo Beggins, Gandalf e Thorin Scudodiquercia, perché finalmente Lo Hobbit: Un viaggio inaspettato è approdato al cinema, incorrendo in un inevitabile confronto con la precedente Trilogia dell’Anello e in critiche abbastanza severe da parte di molti e importanti siti e riviste specializzate.
Molti di voi si domanderanno perché con Jackson ancora al timone e una ricostruzione della Middle-Earth impeccabile, il film sia stato ampiamente stroncato dai più. Chi scrive, tolkeniano puro sangue, vorrebbe proporre una recensione analitica de Lo Hobbit: Un viaggio inaspettato, approfondendo vari elementi della pellicola, ma cercando di ridurre gli spoiler al minor numero possibile e comunque indicandoli, perché credo che la trasposizione dell’inizio dell’avventura di Bilbo il mezzuomo sia una buonissima pellicola, anche se non perfetta, ma comunque non meritevole della storpiatura subita e condivisa.

Per tutti coloro che si avvicinano solo ora al mondo fantastico creato da J.R.R. Tolkien, ricordo che Lo Hobbit fu il romanzo “capostipite” dell’immensa opera fantasy che approdò infine al Signore degli Anelli. La storia narrata, a rigor di logica, non potrebbe essere in alcun modo paragonata a quella epica, travagliata e decisamente più profonda di Frodo e compagnia bella, eppure è successo. Perché? per il semplice motivo che dopo aver creato un’opera grandiosa e quasi priva di difetti come la trilogia dell’Anello, il confronto diviene, come già ribadito in apertura, inevitabile. Tutto ciò che di buono c’era nel SDA è come se dovesse essere preso e trapiantato a forza nella storia de Lo Hobbit. Non è così, ma Peter Jackson ha deciso di seguire questa idea, cioè di ricollegare in modo quasi imbarazzante (ma riuscitissimo) le due saghe, per dare al grande pubblico l’impressione che tutto ciò che è stato raccontato in precedenza in realtà ha preso forma da qui, dall’avventura di Bilbo Beggins, cosa che in parte è assolutamente corretta e in parte assolutamente sbagliata. Ma andiamo con ordine.

Lo Hobbit del titolo altri non è che il nostro Bilbo, lo zio di Frodo nel SDA, e qui vero protagonista. Un mezzuomo che passa le sue giornate a fumare Il Vecchio Tobia, a mangiare e a non aspettarsi nulla di inaspettato, ma sapete com’è: le cose accadono quando meno te lo immagini, ed ecco arrivare Gandalf il Grigio, lo stregone vagabondo. Gandalf propone allo hobbit di imbarcarsi in un’avventura, ma quest’ultimo rifiuta. Pazienza, la sua opinione cambierà, quindi lo stregone fa di testa sua e invita ben tredici nani ad una riunione segreta proprio a casa di Bilbo, senza avvertirlo. Qui si scopre che il regno di Erebor, dominato secoli prima da il nano Thror, nonno di Thorin e Re sotto la Montagna, è stato completamente distrutto assieme alla vicina città degli uomini di Dale da un drago sputafuoco chiamato Smaug. Quest’ultimo, richiamato dalla barmosia dell’oro, si insediò nella sala del tesoro di Thror, dove per errore cadde anche l’Arckengemma, Il Cuore della Montagna, una pietra che, secondo credenze comuni, conferisce una specie di Diritto Supremo a regnare quei luoghi. La missione che Gandalf vuole affidare ai nani e a Bilbo è proprio quella di recuperare il tesoro e l’Archepietra. Da qui inizierà l’avventura di un piccolo uomo in un mondo più grande e pericoloso di quanto potesse immaginare, tra Troll affamati, Goblin inferociti e luoghi mozzafiato.
Come potete notare la trama è molto leggera, tant’è che Tolkien scrisse il romanzo per i suoi figli. Ne Lo Hobbit ciò che permea l’intera vicenda, oltre ad un’ironia inglese molto noir, è una presunta ignoranza degli eventi futuri. Tolkien, nello scrivere la storia, ancora stava strutturando il suo mondo, modellando i suoi personaggi e affinando la sua opera. Lo Hobbit è solo l’inizio di qualcosa di grandioso, ed il tono, proprio per questo, è molto più rilassato e fantasy in modo classico, intelligente si, ma non profondo. Poi successivamente, avendo ormai elaborato nella sua mente tutto ciò che dell’Arda c’era da elaborare, Tolkien comprese come un collegamento più intenso doveva esserci tra le sue opere, e così decise di introdurre avvenimenti e informazioni nelle Appendici del Signore degli Anelli. Et voilà, Jackson ha capito come rendere un romanzo definito “per bambini” una sorta di inizio epico di ciò che sarà raccontato in futuro, pur mantenendo il tono goliardico insito nell’essenza de Lo Hobbit. Obbiettivo raggiunto o totale fallimento? la risposta, per rimanere anche in tema, è nel mezzo.

Usando una specie di metaforico modo per descrivere quanto segue, si potrebbe affermare ironicamente che Peter Jackson si sia ammalato di “Appendicite”, nel senso che, o per amore di Tolkien (probabile) e quindi per il pubblico o per una sorta di bramosia personale, l’IO registico di Jackson ha voluto introdurre all’interno del flusso narrativo de Lo Hobbit molte notizie, avvenimenti e personaggi che sono presenti nelle Appendici del signore degli anelli. Questa scelta, oltre ha rivelarsi presumibilmente molto remunerativa, riesce ad essere in qualche modo ponderata ai fini dell’opera di trasposizione cinematografica Jacksoniana dei romanzi di J.R.R. Tolkien. Onestamente, quando uscì Lo Hobbit, come già ribadito, un quadro completo di ciò che sarebbe accaduto non c’era. Non ci si aspettava il ritorno del Maiar Sauron, né che sulla Terra di Mezzo incombessero da lì a sessant’anni guerra e distruzione. Era tutto ai posti di partenza. Quindi, la scelta di Jackson di aggiungere tasselli al puzzle della storia del ritorno del Signore di Mordor è una scelta in qualche modo vincente, perché per noi abitanti del ventunesimo secolo, consci dei fatti che accadranno e dello svolgimento dell’intera vicenda, queste aggiunte sono più che gradite, dato che ad ogni modo la datazione del romanzo si fa ormai sentire. Detto ciò, vi sono AGGIUNTE e aggiunte, alcune ampliano in modo egregio l’esperienza cinematografica de Lo Hobbit, altre invece non riescono nel loro intento, minando in qualche modo la riuscita completa del film.
Nel romanzo la caduta del regno di Erebor e dell’avvento del drago Smaug è raccontata, soprattutto attraverso una canzone dei nani, da Thorin Scudodiquercia, ma obbiettivamente è da sottolineare come l’accuratezza di questa digressione sia abbastanza superficiale. Jackson invece, proprio nell’incipit del film, ha voluto regalare al pubblico una sorta di omaggio, ed esattamente una digressione accurata sia tecnicamente che registicamente della caduta del regno di Erebor. Questa, ad esempio, è una di quelle aggiunte che aiutano il film, come anche il collegamento al Signore degli anelli: La compagnia dell’anello attraverso Bilbo da vecchio e Frodo. Come dicevo: quasi imbarazzanti, ma efficaci.

Ciò che invece non funziona e anzi mina la pellicola è l’introduzione di sottigliezze che potevano benissimo essere evitate. [SPOILER] Radagast Il Bruno è un personaggio che non funziona. Sembra essere in sintonia con il tono del film, ma in realtà, essendo questo “rivisitato” da Jackson in chiave si molto ironica, ma anche in chiave epica, Radagast in realtà è completamente fuori luogo. Così come lo è Saruman, che sembra essere stato introdotto nella pellicola solo per fare battute di cattivo gusto. Tornando a ciò che affermavo in precedenza, Saruman non doveva essere presente in questo film nel modo in cui è stato presentato, cioè non nello stile ironico-spavaldo dato al film, ma bensì per come noi lo abbiamo conosciuto nel Signore degli Anelli. Non si può ridurre a caricatura uno dei veri e più potenti nemici della Terra di Mezzo nella Terza Era. [FINE SPOILER]
Inoltre, aggiunte quali i Giganti di Pietra e Azog sono si scusabili e introducibili, ma davvero non se ne sentiva la necessità. Allora perché Jackson le ha volute introdurre? non bastavano solo l’incipit straordinario, Bilbo da vecchio, Frodo e la roccaforte di Dar Gurdul con il [SPOILER] Negromante (Sauron)? [FINE SPOILER]. A quanto pare no, dato che per riuscire a rendere il film epico, bisognava allora dare un “villain” da combattere già da inizio trilogia e rendere quanto più pericolosa la strada nei nostri piccoli eroi e di Gandalf.
Come già detto, la risposta al quesito “scelta giusta o totalmente sbagliata?” è proprio nel mezzo: Jackson attraverso il lavoro di aggiunta è riuscito ad ampliare l’esperienza de Lo Hobbit, elevandolo anche ad un contesto più epico, ma al contempo minando l’efficacia delle buone aggiunte con altre che non vanno assolutamente, discordanti con la pellicola e con il mix che Jackson ha voluto dargli.

Detto tutto ciò, c’è da sottolineare come questo primo capitolo della nuova trilogia nella terra di mezzo sia comunque il milgior fantasy dai tempi de Il Ritorno del re (2003), grazie alle ottime interpretazioni di Martin Freeman, Ian Mckellen e Richard Armitage. Il primo è il Bilbo che il popolo di Tolkien voleva: inglese fino al midollo, tutto in lui è Bilbo, dalle espressioni all’accento fino ad arrivare alle movenze del corpo. La scelta migliore che si potesse fare, non c’è alcun dubbio. Ian McKellen semplicemente straordinario: ne Lo Hobbit il suo personaggio è fine alla narrazione, non un personaggio se si vuole decisivo. E’una sorta di pacca incoraggiante sulle spalle, un’iniezione di voglia di avventura e coraggio grigio e barbuto. Differente quindi da come appare nel Signore degli Anelli, il più delle volte cupo, serio (come i tempi che corrono nella Terza Era) e impegnato. Lì, nel romanzo capolavoro di Tolkien, il Mithrandir è uno dei veri protagonisti. Solenne e decisivo. Importante, e McKellen queste piccole sfumature è riuscito a coglierle perfettamente, portando uno dei più bei personaggi mai stati inventati nuovamente sul grande schermo. Da menzionare l’ottima prova di Gigi Proietti nel doppiaggio, che non ci fa rimpiangere in alcun modo lo scomparso e bravissimo Gianni Musy, anzi, riesce ad avere alcune sfumature particolari che tendono a valorizzare il personaggio.
Thorin: l’unico vero nano che nel Lo Hobbit è un grande: quando combatte si fa sentire e il suo coraggio è eguagliato solo dalla sua voglia di riscatto per il suo popolo. Un personaggio molto importante è ben curato, interpretato molto bene da Richard Armitage.
Purtroppo, accanto a queste ottime recitazioni ve ne sono alcune decisamente sotto tono. Tutti i nani sono ridotti a macchiette insulse, e si fatica a riconoscere chi sia Gloin, chi sia Bifur ecc.
Questo non è un bene, dato che comunque dovevano essere dei personaggi importanti, anche se fungevano un po’ da sfondo. Bombur in primis poteva interpretarlo chiunque: è sempre muto e non fa altro che mangiare, inoltre compare davvero poco.

Detto tutto? No, manca forse l’elemento più importante e riuscito del film: Gollum e la scena degli indovinelli. Ci sarebbero tanti aggettivi positivi da utilizzare per descrivere l’interpetazione di Andy Serkis e la scena in sé, ma per non dilungarmi direi che quando l’Academy deciderà di perdere lo spirito tradizionalista e conservatore per abbracciare una visione più ampia del cinema moderno, allora persone come Serkis riceveranno i giusti riconoscimenti, e scene montate e dirette come questa della caverna riconosciute come perfette.
Non mi esprimoo sull’HFR 3D non avendo avuto il piacere di visionarlo in questo formato, e comunque se n’è ampiamente parlato.

Infine, Lo Hobbiti non è certamente un film perfetto, ma un perfetto fantasy si. Ricco di ottime interpretazioni, scene d’azione ben congeniate e una regia tutt’altro che anonima e che si fa sentire, la pellicola riesce ad emozionare e a riportare lo spettatore nella terra di mezzo, nell’Arda, un posto che si è imparato ad amare e che ci fa sognare da molto, moltissimo tempo. Le avventure di Bilbo, accompagnate dal background storico alla storia del SDA, risultano piacevoli e trasposte egregiamente, ma non prive di errori.
Eppure Bilbo non si può che amare: Un piccolo grande uomo, e Lo Hobbit: Un Viaggio inaspettato un grande (budget ecc.) piccolo film.

Voto: 7.5

Luca Ceccotti

© RIPRODUZIONE RISERVATA
Vai al Film