Gyllenhaal col codino per un film codino. I film sull’est-etica della comunicazione audiovisiva tendono sistematicamente a cadere nei medesimi errori che vorrebbero denunciare, sorta d’invarianza o nemesi storica che reduplica, propaga e amplifica il negativo inscenato. La regia di Gilroy Jr. non si discosta né da Bloom né dai loro spettatori cinematografici o televisivi, bramosi di sociopatici arrivisti, calcolatori, cinici, crudeli, ladri, parassiti, sanguinari assassini sempre più sfrenati e impuniti. Capìta l’antifona, azzerato ogn’imprevedibile e credibile colpo di scena. Per l’occasione Dan riesuma nel ruolo della coprotagonista, dopo il dittico di Thor, la moglie sessantenne e affetta da disturbo bipolare. Overplaying con dimagrimento accluso di Jake a caccia d’Oscar; doppione della fotografia di “Collateral” per una Los Angeles notturna ormai da cartolina. A quando un film ch’osi autocricare tutto ciò?

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