“Man is least himself when he talks in his own person. Give him a mask, and he will tell you the truth” (Oscar Wilde, “The Critic as Artist”, 1891). Chissà quante volte abbiamo avuto l’occasione durant’il lockdown di testare se quest’affermazione fosse vera. Scritto da uno Steven Knight una tantum in stato di grazia, il film di Doug Liman è spassoso, scoppiettante, vulcanico pure nell’uso dello split screen e nella formidabile direzione degl’attori, e non cede d’un millimetro fra la 1a parte “Zoom”-esca e la 2a, quella della pianificazione della rapina da Harrods, ch’era a rischio convenzionalità. Il limite di “Locked Down” si coglie paragonandolo all’intro di “Vanilla Sky” (Crowe 2001: https://www.youtube.com/watch?v=kagVPRjH0lE). Non ricordo altre scene cinematografiche d’una corsa nella Londra deserta, ma in Liman non c’è alcuna traccia di metafisica, calderóniana o meno.

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