Esprimere un giudizio a caldo dopo la visione di Lucy non è affatto semplice. L’ultimo lavoro di uno dei pochi talentuosi registi in attività quale Luc Besson, lascia ben poco posto all’istinto e all’improvvisazione. Chi si aspettava un ritorno ai fasti dell’affascinante action, a tema Besson Girl, resterà perplesso. L’evoluzione artistica del regista passa per un arzigogolato insieme di fattori che lasciano più spazio alla mente piuttosto che all’occhio. E questo, in un cinema da sempre spettacolare e aggressivo, è un cambiamento non da poco.

Il primo impatto è di natura abbagliante. Il palcoscenico messo in piedi da Besson con una sempre deliziosa Scarlett Johansson si affaccia in un vortice pirotecnico in pieno stile frenetico al quale il regista ci ha abituato. L’anonima Lucy lascia presto il posto all’altra, l’essere che alimenta le sue competenze mano a mano che a noi spettatori aumenta l’avvicinarsi al punto d’interesse più alto. L’eleganza di un comparto tecnico elevato gioca a favore delle aspettative, i crudi picchi di adrenalina non fanno altro che soddisfare le nostre papille gustative, e la Johansson, pistola in mano, sembra calarsi perfettamente nell’universo bessoniano.

Ma è dove il film sembra essere indirizzato, che l’ego trascendente salta fuori spostando gli equilibri di uno sci-fi in qualcosa di ben altra portata. Besson indossa l’occhiale del professorino e ci guida per mano in mezzo ad un trattato di filosofia che da lui proprio non ci aspetteremo. La spaccatura del film naufraga tra un’ indefinibile evoluzione ed un razionale agglomerato di teorie metafisiche dall’altra.
Ne consegue, e il maestro ci perdonerà, un pasticcio cosmico privo di identità. Quello che si presentava come un piacevole thriller sofisticato in bello stile, lascia posto alla noia. Il cinema bessoniano, per come lo conosciamo, si sgretola in un secondo.
E non basterà qualche richiamo nella seconda parte fatto di sparatorie e inseguimenti. A pesare sul giudizio finale resta, probabilmente, una pecca di eccessiva superbia. Tralasciando un buon incipit e una Johansson che nonostante tutto resta la cosa migliore del film, Lucy resta un lontano parente di ciò che il regista francese ci aveva mostrato agli albori della sua carriera.
I vari Nikita, Leon e Il Quinto Elemento restano inarrivabili, Lucy merita un’occhiata e niente più.

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