“Lucy” (id., 2014) è il sedicesimo lungometraggio del regista parigino Luc Besson.
Nel guazzabuglio e fantasmagorico inventivo-sghembo si pone (o si antepone per chi ne compiace) l’ultima pellicola di Besson che in fatto di ingegno visivo non è certamente seconda a nessuno (o a un qualcuno che ardisce la metafora post-modernizzata) e può essere da ricapitolare (nel senso di studio personale) per meglio coglierne l’antefatto misterioso e/o le succulenti stranezze in un ‘aforismo’ filmico alquanto disdicevole, poco peculiari e, alla fin fine, fastidioso se non contromano di natura.
Perché una logica cinematografica non c’è (metaforicamente assiomatico) ma è pur vero (per chi sembra vero la finzione come fuga e la fuga come irreale virtuosismo di un gioco ridondante) che il canovaccio di una storia deve escludere paradossi di ogni dove fino a diventare loro stessi emblema di un genere mai dato per vinto: non la fantasia ma la fanta-scienza di immune recondita sfida, e qui Besson perde la bussola (o meglio non ha portato con se nessuno strumento di vera vaglia di ripresa itinerante) e di più, non sa che pesci prendere quando la sua canna va di qua di la in un fiume d’indolenza virtuosa cine-ridondante (e assue-forma di qualsiasi postumo –ps come non detto- che non riesce a districare la presa in un derelitto sfogo dentro un’isola deserta).
In realtà (per quello che si può dire senza voler chiosare qualcuno o il nessuno che esce dalla sala alquanto svuotato del nulla –illogicamente persuasivo- e incapace di assorbire il gesto di una ripresa semplicemente inconsistente) l’ultimo Besson rimane un film talmente (apocrifo) snervante da risultare una risposta(re) secca per un comune fruitore di un cinema che ha voglia di esserci: il gioco fine a se stesso e senza una regola nella stagione di ogni mondo futuro e presente, cioè un film poco spassoso, colorato-mente forzato, inerte nel movimentate, succube di ogni alle(r)g(r)ia e alquanto sbadato e sciatto. In altro modo modesto se non scarso in alcuni tratti con una parte finale che in riprese e contro-immagini grida vendetta per la poca idea originale (e con tristezze da sceneggiatura rattoppata e miseramente impropria).
E perché mai il punto di vista soggettivo deve far rabbrividire ogni logicità vuota di un digitalismo futuribile (che mai futuro para il passo oltre, di un film altro in sala dove il ragazzo Jonas vorrebbe affondare i colpi nel mondo da sogno ma che non vede l’ora di uscirne e ritrovare lo stile perso di un contatto umano e di un negativo giammai rivisto –trattasi di “The Giver”-), quando una super-pallottola (linguaggio di scorta) parte contro di noi (schermo risibile) e d’improvviso non annienta un bel niente ma…quasi…quasi rincuora il destino in un finale dilatato, iperbolicamente piatto e svuotato di ogni (recondita) leggerezza. La bruttezza si conquista con caparbietà miserevole. Luc Besson è sulla strada.
Lucy è una ragazza sveglia e dritta ma, coinvolta dal suo ragazzo ad una consegna di una valigetta, scopre un destino fuori da ogni umanità: il suo stomaco diventa un nascondiglio della droga e dopo un pestaggio il contenuto internamente si espande in tutto il suo corpo; acquista delle capacità di ordine superiore fino ad un controllo ‘totale’ del tutto (tra memoria e tempo, ragionamento e prove fisiche) ed arrivare al cento per cento (mentre il professore Morman osserva da par suo ad una sua teoria che si manifesta nella sua praticità incontrollata).
Il film parte anche bene, devia nello standard di genere per proferire linguaggi ‘ultra-modernismi’ e super virtuali (appunto) incontrollati con una recitazione alquanto altalenante (per certi versi imbarazzante in alcuni tratti finali) e una miriadi di controindicazioni di ripresa molto ‘deplorevoli’. Il sogno può essere bello ma il messaggio è veramente omnia-comprensivo (dalle scimmie ai dinosauri, dalla neuro alla cervellotica c’è di tutto e di più…) fino ad escandescenze visive di ogni pianeta immaginifico! Troppo e male, soprattutto! Scarlett Johnson (Lucy) è la ragazza della discendenza e della sapienza umana, ma il suo ruolo è veramente fuori dalla portata con una presenza fastidiosa e di caratura non eccelsa nello score della storia (evidentemente le piacciono i ruoli ‘sui generis’, pensando anche al film ‘Under the Skin’, ma le ciambelle sono senza buco e il flop delle sue parti sono, per chi scrive, alquanto in risalto).. Morgan Freeman timbra il cartellino (per la sua parte) ma onestamente ci si attendeva di più da un attore del suo ‘spessore’. Altro meglio non dire con una stanchezza visiva oltremodo ‘esauriente’.
Luc Besson è un regista che ha visto la sua cinematografia ‘annacquare’ o forse il caso di dire che in certe storie (esageratamente scritte) si perde e non trova più il filo (modestamente…senza averlo).
Voto: 4.

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