L’olismo secondo Besson. –
Besson torna a cercare una sintesi fra divertimento e riflessione, spettacolo e filosofia dopo il pessimo tentativo de “Il quinto elemento” (1997, quasi vent’anni fa). L’esito è migliore, ed era difficile far peggio; aleggia spesso il senso d’ambiziosa e pretenziosa incompiutezza tipo “A.I. – Intelligenza artificiale” (2001), oscillante senz’equilibrio fra Kubrick e Spielberg; d’altronde si tratta d’un fallimento generalizzabile all’intera progenie umana, pertanto simili esperimenti sono sempre benvenuti, l’insuccesso è preventivabile anzi che no ma vale la pena provarci e chi lo fa merita un plauso a priori. In “Lucy” il rimando alla summenzionata coppia di registi è lampante, tuttavia l’approdo finale della protagonista echeggia nientemeno che l'”Akira” d’Ōtomo (1988) e la sua insostenibile aporìa parabuddhista (e/o transumanista) d’un’espansione olistica dell’identità ancora singola e individuale. Avere un’opera ch’induce a meditare su tematiche di tale livello ormai è una rarità preziosissima, “Transcendence” toppava già a partire dalla prima scena, “Lucy” un po’ meno (anche se l’ipotesi neuropsicologica è pura fandonia, ma lo era anche l’ipotesi offerta in “Akira”), e ciò basta per tenere alte la tensione e l’attenzione sino al termine. La telefonata alla madre sigla il momento più basso del film, un eccesso di zelo verso la spiritualità orientale della cum-passio che scivola nel buonismo ricattatorio, mentre inseguimenti e sparatorie da action sono il logico contraltare d’una conoscenza che, appunto globalmente, s’accresce e muta insieme alle caratteristiche fisiche, organiche, corporee, somatiche. L’incipit è o no uno squarcio nell’addome da cui la droga, una molecola ormonale per l’accrescimento del feto, sortisce i propri effetti dopo una serie di calci al ventre? Se il quasi analogo “Videodrome” (1983) difettava col fermarsi al proclama d’una “lunga vita alla nuova carne”, ripudiato dal Cronenberg successivo dedito solo allo psichico, Besson mantiene e conserva entrambi gl’aspetti. L’olismo fagocita anche l’aspetto espressivo-formale: ralenti e accelerazioni all’interno dello stesso piano-sequenza e ogni categoria cronologico-narrativa vagliata e sfruttata, dal finzionale allo storico, dal documentaristico al futuribile, da “2001” a “Koyaanisqatsi” e “Mon oncle d’Amérique”. Snobbato qui da noi quanto il 1° “Matrix” (1999), lascerà comunque il segno nell’immaginario collettivo e si pone come referente ineludibile per il cinema sci-fi a venire.

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