L’immagine dei cavalli morti nel lago di ghiaccio ha la potenza del “Guernica”, eppure Annaud sbaglia tutt’il possibile nel consegnarci un’emulazione cinematografica di Picasso. Uomini contro uomini, altri animali contr’altri animali, culture contro culture ed etnie contr’etnie, uomini contr’animali e viceversa, cinesi contro mongoli, mongoli nomadi contro mongoli sedentari, ufficiali governativi maosti contr’il minimo buonsenso, giovan’universitario di Pechino contro la propri’esperienza nella steppa. Solo nell’ultimo quarto d’ora l’iperpolarizzato delirio di lotte, discordie e dualismi viene smussato e spunta fuori l’ambigu’ambivalenza d’ogni personaggio: troppo tardi per dar loro uno spessore psicologico degno della complessità di quegl’eventi e di quel periodo storico (1967). La semplificazione mortifica l’opera del regista francese e dilaga in panorami selvagg’e patinati, momenti di stanca e cadute di tensione, esilità dei dialoghi, scene di violenza persin’eccessiva e gratuita.

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