C’era da temere che la saga di Madagascar eguagliasse i risultati altalenanti di un’altra celebre serie targata Dreamworks, quella di Shrek: un primo film carino, un secondo decisamente migliore e un terzo assai deludente.
Non è così: il nuovo capitolo che narra le peripezie delle quattro stelle dello zoo di New York si mantiene sui buoni livelli del film precedente, pur cambiando la formula.
La prima avventura aveva come tema principale la crisi d’identità di Alex, diviso tra la sua personalità “addomesticata” e la sua vera natura di animale selvaggio; nella seconda era il turno di Marty di cadere in confusione, smarrendo il suo “io” nella moltitudine del branco, mentre Alex era ancora una volta impegnato a fare i conti col suo passato.
L’azione era statica: prima il Madagascar, poi il Kenya e il vero nemico che i protagonisti dovevano affrontare erano le loro paure e le loro insicurezze.
Qui tutto cambia. La pellicola inizia come il film d’azione che non ti aspetti, con scene d’inseguimento e piani d’assalto (il recupero dei pinguini) alla James Bond e Mission Impossible. E l’azione, con brevi attimi di respiro, prosegue per l’intero film, complice una trama che ben si presta: la missione è raggiungere la Grande Mela attraversando l’Europa e al contempo fuggire dall’inseguimento tallonante di una testarda accalappiatrice.
Non c’è tempo per le riflessioni intimiste, e le dinamiche che intercorrono tra i protagonisti si sono esaurite. Questo è l’unico punto debole del film: i personaggi di Gloria e dell’ex-ipocondriaco Melman sono quasi trascurati e viene meno il rapporto contrastato tra Alex e Marty, uno dei cardini dei film precedenti.
Il ruolo di personaggi in evoluzione ricade quindi sulle spalle dei nuovi arrivati, gli animali del circo in disgrazia, in particolare sulla tigre Vitaly.
L’ agguerrita francese DuBois prende la veci della tosta vecchietta newyorkese dei precedenti episodi: ma la semplice antipatia dell’anziana si trasforma qui in una spietata caccia mortale.
Dubois è un’invasata, fiuta le tracce, non si dà mai per vinta: è più bestiale degli stessi animali e a finire dietro le sbarre alla fine è proprio lei.
Ma la forza di Madagascar sono sempre loro: i comprimari che con la loro geniale eccentricità danno vita alle gag migliori del film. Stiamo ovviamente parlando dei mitici pinguini, più sgamati e attrezzati di agenti della CIA, e dell’istrionico e irresistibile Re Julien.
L’elemento circo rischiava di diventare un boomerang, invece viene reinventato genialmente e fa spettacolo a sé. Si tratta di un circo coloratissimo e psichedelico, una versione animale del Cirque du Soleil, e sotto il tendone nasce anche qualche batticuore: oltre al legame ormai saldo che lega Gloria e Melman, si aggiungono gli sguardi languidi tra Alex e Gia e l’improbabile coppia formata da Re Julien e un’ orsachiotta. Per una volta il lemure accantons il suo leggendario egocentrismo e rivolge tutte le sue attenzioni all’amata poco loquace (ma lui basta per due) e motorizzata, con la quale scorrazza per le strade di una Roma antica da cartolina.
Meno citazioni cinefile e molta ironia surreale in più (il numero dei cerchi di Vitaly, Je ne regrette rien che “resuscita” gli accalappiatori), la solita colonna sonora accattivante e un 3D per una volta realmente valorizzante: Madagascar 3 è un film divertito che diverte, una metafora del viaggio che si rivela più importante della meta stessa.
Perchè alla fine la vita dietro le sbarre non risulta più così allettante e la tanto agognata “casa dolce casa” a rivederla sembra decisamente troppo piccola.
Allora il viaggio prosegue, verso nuove avventure e altri (probabili) sequels.





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