“Madre!” (Mother!, 2017) è il settimo lungometraggio del regista newyorkese Darren Aronofsky.
Film encefalo, barocco, dismesso, aggrovigliato, biblico, mortuario, vitale e ammucchiato: come in una scorribanda onnipresente ci aspetta il parto della messa in scena in sveglia (e ci sveglia) da un letto vuoto.
Opera (tale è) che non piace per quello che vuole e/o vorrebbe dire. Si esce dalla sala assopiti, esterrefatti e senza fiato! (il punto esclamativo è a iosa sul titolo e anche sullo spettatore che non riesce a sorbirsi una pausa).
Gli ammiccamenti, le ridondanze, i riferimenti e gli stili si mescolano continuamente in un pasticcio senza senso e senza gusto. L’entropia fisica e il caos filmico si incontrano (magari…) in un lezione inguardabile di centoventi minuti logorroici (visivamente) e disdicevoli.
Si trovano a ben guardare (con gli occhi da stropicciare e con una lente di ingrandimento nello stoppare i fotogrammi) delle indicazioni di cinema da espandere e da apprezzare ma sono talmente ‘inzuppati’ di tutto e di ogni altro sopra (d’altronde se il caffè è zuccherato non si può superare il limite della tazzina …) che difficilmente vien voglia di capire il perché di tanta roba e di eterogeneità a iosa
Una villa, una coppia, un ospite, la moglie, i figli, un testamento, pugni, il sangue e il pronto soccorso, una festa funerea, un sogno e una nuova idea, il libro e l’editore, la pubblicazione e i fan, una schiuma di rabbia e una folla distorta, spari e zombi, vita notturna, una nuova vita, il neonato come gingillo e l’oscuro intriso, il fuoco e la cenere, il sogno riapre e il risveglio di lei. Si ricomincia per fortuna … arriva la fine. E’ solo un incubo (sognato …) per cancellare e iniziare un nuovo film..
Tutto questo e molto altro succede tra la ‘madre’ e ‘lui’ per un figlio da avere e forse desiderare. Il trambusto è elevato. Bastavano gli ospiti (si fa per dire) della ‘bella famiglia’ con fratricide battaglie …
Il sangue (dis)perde la vita serena e ‘biblicamente’ l’approccio resta misero per poi sfociare in un fiume senza più argini. E la terra che resta inzuppata di ogni ‘bontà’ visiva …
Meta-cinema- kitsch e persuasivamente indigeribile; come sputarsi addosso ogni sorta di cibo;
Androide-moniaco come lavarsi le melme infauste di un horror dispersivo di un sorriso come sottofondo;
Disdicevole e arrogante: quando si pretende di saperne molte e di dirle tutte (malissimo);
Rombante e schizofrenico: riprese a go-go di generi riconoscibili e inguardabili;
Empaticamente futile e debordante: bastava il primo tempo dopo arrivano proprio tutti (umani, zombie, debosciati, incalliti, imbestialiti, nativi, furenti, fan, nascituro, punti interrogativi, pazzie e risvegli);
!come punto esclamativo in tono ottuso: è cinema di sfracelli di confusione (genialoide o visceralmente paranoico).

Poi i nomi dei partecipanti assenti, il corsivo d’obbligo, il maiuscolo bandito, la grafia nascosta e pare illeggibile, tutto un rimasuglio di film a pioggia (e forse una pellicola ‘inguardabile’ e da ‘scollare’ in migliaia di puzzle per molti quadri ancora da ideare …).
Jennifer Lawrence (madre) pare capitata lì per caso ad assecondare il ‘gran caos’ mentre Javier Bardem (lui) si sta ritaglia un personaggio sconnesso e privo di poetica filmica (nonostante il personaggio che dovrebbe interpretare); Ed Harris (uomo) fa per bene il ‘guastafeste’ familiare e facilmente accentra a se il poco da raccontare mentre Michelle Pfeiffer (la moglie) ci mette il pepe (demoniaca e provocante) per ricordarci come compiacersi (vedi altro film).
Regia allegoricamente debordante e fintamente saporosa.
Voto: 3/10.

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