Nuovo film in trasferta oltreoceano per il quasi 80enne regista di New York, si dice per accontentare i desideri vacanzieri della giovane moglie. Ma anche Woody Allen sembr’essersi preso delle ferie dalle proprie capacità artistiche e autoriali. Dilemmi metafisici onnipresenti nella sua carriera però sempr’affrontati con ben altro piglio problematico e ludico, mentre “Magic in the Moonlight” li liquida sommariamente, tempestandoli di ritmi fiacchi e gettandoli in pasto a due attori bravi se giudicati da soli ma catastrofici come coppia cui manca la decantata magia emotiva dell’amore e dei suoi misteri.
Come non bastasse, l’”elefante nella stanza” di vansantiana memoria, l’incipiente seconda Guerra Mondiale, viene fatto sparire con una leggerezza che stride ed emana i miasmi d’un’imperdonabile superficialità. Ormai è da tempo che si parla di “cinema alleniano testamentario”: questo è forse il peggiore.

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