Woody Allen incrementa la sua filmografia, giungendo quasi alla cinquantina di titoli diretti e sceneggiati. L’ultimo suo film, “Magic in the Moonlight”, prosegue il filone d’ambientazione europea. Dopo Barcellona, Parigi, Londra e Roma, il regista newyorkese sceglie la Costa Azzurra degli anni Venti per una commedia sofisticata che ondeggia tra magia, scienza e un romanticismo nuovo per il suo cinema.
La storia comincia su di un palco, tra gli applausi del pubblico, dove si sta esibendo il grande prestigiatore cinese Wei Ling Soo, personaggio di finzione sotto cui si nasconde Stanley Crawford (Colin Firth), uomo cinico, arrogante e maestro nell’inganno, ma scettico verso le cose ultraterrene. Viene poi a sapere tramite l’amico e collega (Simon McBurney) della presenza di Sophie Baker (Emma Stone), una giovane e solare sensitiva che si sta accattivando le simpatie dell’ambiente aristocratico. Volendo smascherare quella che lui crede sia un’impostora, Stanley comincia a conoscerla e a frequentare le sedute spiritiche che le permettono di contattare il capofamiglia defunto del suo fidanzato, un giovanotto che è rimasto stregato dalla bellezza e abilità della medium. Oltre a questo, Sophie indovina dettagli della vita privata di Stanley, incrinando gradualmente le sue convinzioni e scetticismi, invischiandolo sempre di più all’interno della vicenda, e lasciandolo sempre più incredulo, stupefatto, e anche affascinato.
“Magic in the Moonlight” è la commedia più romantica mai prodotta da Woody Allen, che utilizza, come ci ha abituati, dei dialoghi brillanti, linguisticamente divertenti anche se qui non particolarmente memorabili e originali (a volte anche un pochino ripetitivi). Da menzionare, come di consueto nei suoi film, sono una scenografia, in linea qui con l’epoca – vista la lunga ricerca che si è fatta sulle location e sui costumi indossati negli anni Venti – e una fotografia curatissima con toni caldi che, insieme alla musica jazz ben dosata, avvolge lo spettatore facendolo rimanere incantato, divertito e frastornato dalla relazione complicata e ironica che si va a creare tra i due protagonisti di Emma Stone e Colin Firth, portatori, almeno inizialmente, di due opposte visioni del mondo, poi sempre più vicine grazie all’amore. Visioni del mondo che fanno percepire questo film come una commedia che può essere letta a due livelli: un livello superficiale, da commedia leggera, frizzante e rilassata, ma allo stesso tempo come una piccola dissertazione filosofica che si specchia in un secondo livello più profondo che sembra quasi una dichiarazione di messa in crisi del modo di percepire la vita da parte del regista, tutto logica ed empirismo, in cui il mistero dell’inspiegabile fa qui capolino e viene valorizzato grazie all’amore e non a qualcosa avente uno scopo.
Il punto di forza, e la vera sorpresa del film, è data dalla chimica delle interpretazioni della coppia protagonista, entrambi bravissimi: un Colin Firth che indossa perfettamente le vesti del personaggio cinico, disilluso, sfrontato, scettico e sprezzante del senso della vita; una Emma Stone che è sicuramente all’altezza del collega, pur essendo molto più giovane, con una performance che lascia il segno.
Tralasciando alcuni momenti un po’ fiacchi e ripetitivi e il finale un po’ deludente (con uno scadente colpo di scena), questo film merita la visione, anche come piccolo testamento di rilettura della visione del mondo del regista.

Voto: 3/5

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