“Magic Mike” porta senza ombra di dubbio il marchio Steven Soderbergh. Un ritmo eccellente, scene essenziali e icastiche affiancate ad altre sovraccariche d’impatto, come quelle di striptease allo stato puro che glorificano corpi maschili più che scolpiti e “donne sull’orlo di una crisi di nervi”. Certo i numeri della squadra di talentuosi spogliarellisti di Dallas (Matthew McConaughey), proprietario dell’Xquisite Strip Club (e già il nome è tutto un programma), appaiono spassosamente kitsch, esaltanti e improbabili al contempo, con lampi di irresistibile spettacolarità coreografica, in particolar modo nelle scene in cui lo stripper Mike (Channing Tatum) esibisce a briglie sciolte tutto il suo magnetico carisma tipico di chi è nato per – ed è stato educato a – dare spettacolo quotidianamente.
Il palco dell’Xquisite è inoltre luogo di iniziazione e perdizione per Adam (Alex Pettyfer), un giovane, disorientato, bravo ragazzo che grazie al suo mentore Mike (Channing Tatum) scopre lo pseudo-paradiso dei soldi e delle donne facili. Ma dove sta il limite del febbricitante palcoscenico dell’Xquisite? Dove si trova il confine tra finzione e realtà? Quand’è che l’ambizioso Mike, aspirante costruttore di mobili personalizzati, lascia posto al dirompente Magic Mike, sogno accattivante e proibito (ma legale sul palco di Dallas) di ogni donna?
Channing Tatum interpreta un personaggio che, a detta della fredda e salda Brooke (Cody Horn), crede di avere tutto sotto controllo. In sostanza la realtà di “Magic Mike” si cela nelle scene portate da Soderbergh ai confini estremi della percezione, sature di blu e rosso acido, sul filo dell’incoscienza e dello stordimento dato da droghe, alcol, musica assordante e luci stroboscopiche. L’ambientazione è una Florida che racchiude in sé un’America (e un mondo) in preda alla giostra dell’eccitazione e della paura: spiagge da sogno, il vento della crisi, la spensieratezza delle confraternite, la droga, la mitomania, un senso di insicurezza dilagante e di disillusione quotidiana.
Tante tematiche e molto dense si intrecciano nel favoloso mondo di “Magic Mike”, in apparenza tutto spettacolo e leggerezza; in realtà si tratta di una dimensione che è nient’altro se non un vortice di disorientamento e false apparenze rassicuranti che fanno si che lo spettatore oscilli, come i personaggi del film, tra esaltazione, inconsapevolezza e disperazione. In breve un’ottima prova di cinema magistralmente diretta da un grande regista come Soderbergh. E proprio per questo il problema del finale si pone inevitabilmente. Quello che voglio dire è che in “Magic Mike” si è come di fronte ad un’indagine tanto appassionata, vera e profonda che si rischia di non riuscire più a tirarne le fila… Perché probabilmente non esiste rielaborazione razionale possibile di quanto si è scoperto.
La scena che vede Mike fissare con sguardo drammaticamente fermo e plastico il mondo tutto apparenze e spettacolo che lo ha circondato per sei anni e che improvvisamente comincia a disintegrarsi perdendo di ogni senso è l’emblema di cosa sia riuscito a sperimentare Soderbergh con questo film: nella scena sopradescritta si è infatti di fronte ad un uomo disarmato davanti all’acquisizione di una nuova prospettiva, la quale svela in maniera lucida e drammatica il vuoto dell’esistenza.
Giunti a questo punto, la soluzione difficilmente pare a portata di mano. Di qui il ricorso agli epiloghi propri della sfera della finzione. O semplicemente “Magic Mike” non è altro che la storia di quanto accade a chi si lascia macinare dall’impietoso ingranaggio della vita e a chi invece, un giorno, decide infine di lasciare quel mondo che di colpo avverte non appartenergli più.

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