Malcolm & Marie recensione
PANORAMICA
Regia
Interpretazioni
Sceneggiatura
Direzione della fotografia
Montaggio
Colonna sonora

Malcolm & Marie rientrano nella loro villa sulle colline di Los Angeles dopo la première di un film. Lui è il regista, lei fa la modella, a volte l’attrice, ha un passato da tossicodipendente, la storia del film potrebbe essere ispirata a lei. Malcolm è euforico, Marie è silenziosa, forse è arrabbiata. Per 100 minuti, in un bianco e nero scintillante, tra il giardino e il soggiorno, tra la camera da letto e il bagno, sull’isola in marmo della cucina, fra i cuscini ricamati del salotto, discutono, urlano, piangono, ridono, si seducono, lasciano perdere e poi ci riprovano.

L’effetto della pandemia sulle produzioni hollywoodiane: film da camera, una manciata di attori, troupe ridotte, molte chiacchiere e poca azione, con tanti saluti alla regola aurea “Show, don’t tell”. Il catalogo comincia ad essere nutrito e i nomi importanti: Steven Soderbergh gira Let Them All Talk per HBO Max su una nave da crociera; Steven Knight scrive Locked Down (ancora HBO Max), un heist movie in tempo di Covid, ambientandolo per tre quarti in un appartamento di Londra e per un quarto ai magazzini Harrod’s, che si svuotano per affrontare la chiusura totale; adesso è la volta di Sam Levinson, figlio di Barry, che si porta dietro Zendaya in un ruolo quasi gemello di quello che gli ha offerto nella serie tv Euphoria.

Un cinema parlato in cui evidentemente Levinson si sente a suo agio, basta vedere i due speciali natalizi del citato Euphoria: la parola muove la macchina da presa, intrappola personaggi e spettatori, non offre punti di fuga. Di fronte a questo genere di assedio quel che fa la differenza è lo scarto visivo, il lavorìo minimo della messa in scena, come e perché si spostano i personaggi, che cosa guarda il regista, cosa finisce dentro il quadro. La costruzione di senso che prescinde dal detto e decanta nell’immagine. Perché sì, i due protagonisti parlano di ispirazione artistica, di legami tra la vita sentimentale e quella creativa, di gratitudine di coppia e autonomia emotiva, ma su di loro, e attorno a loro, o perfino molto lontano, cosa succede? Dov’è il film?

Vale la pena attenersi a questa domanda perché quasi un quarto di Malcolm & Marie è occupato dall’idiosincrasia del protagonista per la critica ideologica e progressista, che filtra tutto attraverso la lente delle questioni razziali e di genere, ed è però incapace di affrontare frontalmente il linguaggio cinematografico. Ecco, allora, perché? Perché la villa? Perché il bianco e nero? Perché i protagonisti in primissimo piano o in campo lungo, sull’orlo della collina? Perché adesso sono seduti, abbracciati, distesi, incrociati, distanti, cambiando posizione come in una coreografia senza fine? Perché un montaggio quasi in tempo reale? Perché questo film ora, non fosse per il virus?

Lo sguardo di Levinson su questa aristocrazia dello spettacolo americano non è né assolutorio né accusatorio, non è deterministico ma non guarda ai due neppure con la neutra curiosità del sociologo. Tutto è autoreferenziale e artefatto ma senza suggerire per contrasto una verità.
In Malcolm & Marie i personaggi non fanno che parlare mentre il film è muto, carino. Ed è così, si capisce, che doveva essere: una storia è semplicemente una storia, un film è semplicemente un film, un attore è semplicemente un attore, ripetono i personaggi. Una catarsi attraverso un’esperienza simulata. Solo che a forza di sottrarre senso e chiavi di lettura, di rifiutare la politica, la società, il mondo, in questo cinema di inquadrature da mettere in cornice, evapora anche l’esperienza e la catarsi a maggior ragione.

Se il cinema da pandemia fosse davvero questo, meglio chiudere tutto, dedicarsi ai classici e aspettare tempi migliori. O guardarsi una campagna pubblicitaria di Hugo Boss, che dura un ventesimo e segue gli stessi principi: sotto i vestiti, niente.

Foto: Netflix

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