Manifesto con Cate Blanchett

«Io sono contro l’azione; io sono per la continua contraddizione, e e anche per l’affermazione. Non sono né pro né contro e non spiego perché odio il buon senso. Sto scrivendo un manifesto perché non ho nulla da dire». È alle parole dello scrittore francese Philippe Soupault che si affida, proprio in apertura, Manifesto (evento speciale in sala con I Wonder Pictures il 23, 24 e 25 Ottobre) diretto da Julian Rosefeldt, videoartista che ha trasformato una sua installazione di successo nei musei in un film interpretato dalla camaleontica Cate Blanchett. Una diva che aveva già dimostrato una notevole vena trasformista, vestendo i panni di Bob Dylan in Io non sono qui e incarnandolo in maniera apparentemente astratta eppure estremamente somigliante.

Le metamorfosi dell’attrice australiana qui però è totale, visto che si fa in quattro, ma per ben tre volte: i 12 schermi della videoinstallazione originaria si sono infatti trasformati in un testo filmico unico e organico composto al suo interno da segmenti differenti, nei quali alcuni tra i più importanti manifesti controcorrente della storia delle arti, che ebbero il merito di segnare uno spartiacque polemico rispetto al passato, vengono declamati, messi in scena, problematizzati, messi a confronto con la contemporaneità, con i suoi cortocircuiti e paradossi.

Il Manifesto del Partito Comunista apre le danze, quello del Situazionismo finisce in bocca a un homeless, i mantra dadaisti, a conferma della loro vocazione apocalittica, vengono recitati, o per meglio dire declamati, nel corso di un’orazione funebre condotta da una vedova, la cui verve oratoria qua e là ha un passo perfino cupo e comico. Il tono del film è quello del monologo a effetto, della performance ricontestualizzata, della messa in circolo attraverso le diverse arti di idee, frammenti e scampoli, sempre furiosi e non accomodanti, di senso e di pensiero.

Tutto ciò, in virtù dell’impostazione del progetto e dalla forma museale da cui esso proviene, ha un sapore un po’ immobilizzato e programmatico, in cui lo spazio per l’invenzione cinematografica è relativo e ridotto al lumicino e l’invettiva, riproposta in maniera così ossessiva, qua e là può sembrare stucchevole. La dimensione più interessante di Manifesto, a conti fatti, è però proprio quella situazionista, a riconferma della sconcertante attualità del White Manifesto di Lucio Fontana: quando le parole originali dei manifesti letterari, artistici, architettonici e cinematografici vengono corredate di un nuovo scenario, di tanto in tanto fa capolino una luce nuova, diversa, pronta a illuminare, sedurre, spiazzare lo spettatore.

È il caso del Dogma 95 descritto da una maestra ai suoi alunni, posto proprio in chiusura del collage: un momento all’insegna dell’ironia più nera e corrosiva, che dà non pochi spunti di riflessione a partire dal più famoso voto di castità teorizzato dal cinema negli ultimi anni (quello del cineasta danese Lars Von Trier, per intenderci). O del futurismo associato agli indici di Wall Street, del tg come recita delle parti in cui condensare le contraddizioni del nostro tempo: i frangenti più elettrici e incandescenti di un’operazione che trova la giusta dimensione proprio quando si lascia andare alla libera associazione, sciolta da ogni vincolo e dunque assoluta.

Mi piace: lo spessore delle riflessioni sull’arte scomoda a tutto tondo, e sul presente

Non mi piace: la natura un po’ meccanica, imbalsamata e programmatica dell’operazione

Consigliato a: i cultori della materia e a un pubblico attento e riflessivo, con una spiccata propensione per i musei e la loro fruizione

Voto: 3/5

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