La recensione di Mank
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Cominciamo con una annotazione sentimentale: lo script di Mank fu scritto negli anni ’90 dal padre di David Fincher, Jack, e originariamente sarebbe dovuto essere girato di lì a poco. È invece rimasto chiuso in un cassetto fino a poco tempo fa, e non è difficile capirne il motivo: Mank è uno di quei film in cui Hollywood si mette allo specchio con uno sguardo a volte cinico e a volte sentimentale, nella terra di mezzo tra Viale del tramonto e La La Land. Ma, come ha scritto Variety, “it’s almost more inside baseball than it needed to be”, cioè rischia di essere un film fin troppo specializzato nel raccontare non tanto il mondo del cinema, ma una specifica collezione di riferimenti storici e culturali, quelli che hanno originato Quarto Potere di Orson Welles. 

Aggiungeteci la pastosa fotografia in bianco e nero di Eric Messerschmidt e l’intricata struttura temporale, e capirete che ci troviamo di fronte a un film al contempo grandioso (la magniloquente ricostruzione storica, l’infinito elenco di grandi attori coinvolti, la parabola umana esemplare) e minimalista, capace di affascinare la nicchia dei cinefili, ma in una certa misura alieno per il grande pubblico. La verità è che senza un committente come Netflix e fuori dalla bolla dello streaming, oggi un film d’essai da 30 milioni come Mank (o Roma, senza parlare del molto più caro The Irishman) sarebbe impossibile. E David Fincher non avrebbe potuto coronare il sogno di costruire sulla sceneggiatura di suo padre, scomparso nel frattempo nel 2003, quello che a conti fatti è niente meno che un capolavoro.

Passo indietro. Chi è Mank?

Herman j. Mankiewicz (Gary Oldman), critico teatrale, giornalista (Chicago Tribune, New York Times), poi sceneggiatore e mestierante del team Paramount (e di molti altri) alle dipendenze di David O. Selznick. All’inizio degli anni ’30 conosce William Randolph Hearst (Charles Dance), editore e magnate dei media, sul set di una produzione MGM, studio hollywoodiano di cui è (generoso) azionista e, in piena recessione, vero e proprio salvatore. Hearst è lì per sostenere la giovane amante, Marion Davies (Amanda Seyfried), starlette ai primi passi nel mondo del cinema che vive con lui in un castello (con parco zoologico annesso) sulle colline di San Simeon. Ma Hearst è stato anche un politico democratico che ha tentato senza successo la scalata alla presidenza prima e a un seggio del senato poi, finendo – amareggiato – per sostenere con i suoi giornali nel 1928 il candidato repubblicano Hoover.
Divertito dalla parlantina e dal cinismo di Mank, il milionario lo fa mettere sotto contratto dalla MGM e soprattutto lo coinvolge nella sua vita sociale, facendogli conoscere il mondo da cui gemmerà – anni dopo – Quarto Potere.

Gli anni dell’ispirazione sono seguiti dal film in montaggio alternato con i mesi della creazione del film-mito. Nel 1939 Mank, ormai completamente dipendente dall’alcol e con una gamba rotta in seguito a un incidente d’auto, è bloccato in un ranch in piena campagna, dove viene assistito da una infermiera e una dattilografa (Lily Collins): ha 90 giorni per consegnare a Orson Welles (Tom Burke) la prima versione di una sceneggiatura che inaugurerà il contratto del giovane regista con la decadente RKO.
Quello che c’è da sapere è più o meno tutto qui, ma non è poco: il film è un dedalo di nomi e riferimenti storici a cui è bene essere preparati. Avere a mente Quarto potere è essenziale, chi lo ricorda avrà già riconosciuto nelle poche righe riportate qui sopra gli alter ego di Foster Kane (Hearst), Susan Alexander (Davies) e Jedediah Leland (lo stesso Mank).

Questo retroterra è inoltre importante per apprezzare il film perché solo sgravati dalla condanna all’attenzione si possono godere appieno la scrittura, la messa in scena e la recitazione, tutte eccellenti, ma soprattutto arrivare al fondo del racconto. Mank è un genio autodistruttivo, incapace di scegliere tra cinismo e idealismo, ma massacrato dai sensi di colpa quando si accorge che il primo ha compromesso il secondo. La sua umanità si sveste del blaterare colto, che indossa come una maschera, solo in pochi momenti, quando certe persone – la dattilografa preoccupata per il marito aviatore, la Davies ferita da una gaffe durante un cocktail, la moglie sfinita dai suoi capricci – gli aprono il proprio cuore. Ed è qui che risiede la natura sentimentale del film, svelata nel meraviglioso racconto della scimmietta danzante: buffone di corte o creativo sopraffino, Mank – come Hearst, come Kane – vive il dramma supremo del narcisista, combatte una battaglia tra sé e il mondo con l’aspirazione – ma mai il coraggio – di scegliere il secondo. La creazione di Quarto potere è per lui l’ultimo tentativo di pareggiare i conti.

Così Mank da affresco hollywoodiano diventa un dramma faustiano-dickensiano. Nel suo ritiro di campagna il protagonista viene visitato da molti fantasmi del passato, e tutti sono lì per tentarlo, per chiedergli cosa è disposto a perdere. Sono scene di una dolcezza straordinaria, sopra a tutte quella in cui la Davies (personaggio meraviglioso, tutto contro-stereotipo, incarnazione della licenza creativa dello scrittore nel film che verrà), durante un pin-nic, gli chiede di bloccare la sua sceneggiatura per proteggere Hearst. Basterebbero questi cinque minuti per fare di Mank il più bel film del 2020.

Non tutti i misteri di Quarto potere sono svelati dal film, certamente non è esplorato a sufficienza il rapporto umano e le tensioni creative tra lo scrittore e Orson Welles – ridotto in pratica a poco più di una comparsa isterica -, e come e perché quest’ultimo abbia accettato di girare quella storia. Ma è tutto comprensibile nel momento in cui si accetta di assistere non a una docu-fiction (per carità) ma a una grande fantasmagoria, un teatro di ombre, uomini spariti e ideali sbiaditi dal tempo.
Si è detto che Mank racconta il presente, ma è limitativo e fuori fuoco: Mank racconta la stabilità della Storia attraverso quella grande trappola per le nostre aspirazioni che è il Cinema, e in questo senso è la nemesi perfetta della Hollywood di Ryan Murphy.

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