“La peste” come metafora dei mal’odierni sperando nei giovani e in un acquazzone che faccia piazza pulita per l’avvento d’un nuovo Umanesimo. Eppure siamo nel 2015 e non nel 1947 dell’omonimo romanzo di Camus. Ostentare una recitazione maldestra, una fotografia platealmente falsa, una messinscena teatral’e minuettata, una colonna sonora incongru’e invadente, un montaggio con insert’a casaccio e reiterat’inquadrature illogiche (totali quando ci s’aspetterebbe un primo pian’o un dettaglio e viceversa), una tavolozza cromatica innaturale, poi la cronic’antintuitività negli stacchi di découpage, nell’alternanza di mdp fissa e virtuosistiche carrellate, di lingu’arcaica e scurrilità contemporanee, nella scelta degl’eventi fuoricampo e delle voci off, di suoni e silenzi, di luci e ombre: eppure siamo nel 2015, non in epoche in cui il “Verfremdungseffekt” dello straniamento brechtiano er’avanguardia quanto la simmetria ieratica delle riprese centrali e con illuminazione metafisica. L’herzoghiano “Cuore di vetro” è del ’76, “Il colore del melograno” di Paradžanov è del ’68, de Oliveira ha dato il meglio della propria sperimentazione negl’anni ’80, e fors’anch’i Taviani stessi. Ma non è solo un problema d’inattualità: latita il coinvolgiment’emotivo, l’ipnotismo, la mesmerizzazione, l’incantesimo. Né appassionati né appassionanti, letterari, stucchevoli, pensosi e penosi. Proprio come già in “Cesare deve morire”, però lì il tema dell’impegno civile er’obbligatorio incensarlo per sentirsi la coscienz’a posto. Alcuni baluginanti guizz’autoriali rendono ancor più irritant’il film.

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