A Melancholia non si crede fin da subito. Quelle immagini iniziali strazianti,pieni di lamenti e tormenti dell’animo,quasi quadri surrealisti. Andiamo! Quella sposa in abito bianco che non sa che i suoi ultimi giorni son vicini. Quell’uomo che non riesce a distogliere lo sguardo dal suo amore. Quel matrimonio vinterbergeriano(impossibile non pensare a Festen). Eppure,nel suo lento e inesorabile scandirsi di battiti cardiaci,sospiri e starnuti,riesce a realizzare un’ode profonda alla filosofica ricerca della tranquillità su questa terra. Melancholia è un epitaffio fulmineo al Pianeta Terra,con una trasgressiva intemperanza e un dogmatico(perchè di Dogma si tratta) uso della cinepresa come arma affilata per infliggere colpi su colpi agli spettatori. Von Trier è quel danese che non ti aspetteresti mai possa ancora stupirti dopo essersene uscito fuori con sparate non molto signorili al festival di Cannes. Eppure,involatosi come nuovo Hugo,dallo strabiliante talento cinematografico troppo spesso mascherato dalle sue interminabili provocazioni,Von Trier forse non sforna il suo miglior film,ma sicuramente dà una grande prova di stile,riuscendo a non cadere nei didascalismi hollywoodiani sul cinema catastrofico. Qui,infatti la catastrofe più che reale,imminente è mentale. I personaggi,altra grande genialità del regista danese,sono tutti collocati sullo sfondo,senza approfondimento psicologico. Il vero protagonista della vicenda narrata è il pianeta che si sta avvicinando inossidabilmente alla Terra. La presenza dei tratti stilistici classici del regista di Dancer in the Dark,tra cui le grandi inchieste mentali,l’esuberanza stilistica e la manualità fulminante delle inquadrature più profonde,risulta proverbialmente efficace,specialmente quando il film prende una svolta diversa da quella che ci si poteva aspettare. La surrealità del matrimonio tra due giovani che aspettano una vita insieme viene occultata dalla notizia che un pianeta si sta inossidabilmente e minacciosamente avvicinando alla terra. Se la malinconia è la felicità d’essere tristi,Von Trier è l’uomo più felice del mondo. Son sempre i rapporti familiari quelli che Von Trier sa sviluppare meglio. Delle due sorelle non si sa poi un granchè,si sa solo che sono in lite e che la loro unione vacilla. Ed è qui che Von Trier riesce sublimemente ad offrirci uno spaccato del destino dell’umanità,in versione esageratamente apocalittica e decisamente iperrealista. Si rifiuta di credere a Melancholia,perchè ammettere che,come sosteneva Travis Bickle “un giorno arriverà un nuovo giudizio universale che spazzerà via i mali di questo mondo”,è impossibile. Meglio lasciarsi sprofondare. Von Trier,in forma filosofica perfetta,realizza un sentito omaggio alla Natura. Dopo il capolavoro Antichrist,in cui la natura era maligna e perversa,qui diventa una madre amorevole in attesa dei propri figli,salvo poi rilasciare sorprese non troppo piacevoli. Melancholia non è un capolavoro,ma bensì un film eccitante e ricco di suspance e pathos,pur potendo sembrare palesemente fermo. Insomma,tra Wagner e Tarkovskij c’è anche Lars Von Trier.

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