“Melbourne” (id., 2014) è il primo lungometraggio del regista iraniano Nima Javidi.

Il cinema oltre il mediterraneo sta battendo strade interessanti e sulla scia (o tale che sia) del cinema di Asghar Farhadi (nei recenti “Una separazione” e “Il passato”), il regista trentaquattrenne gira un’opera prima di indubbia capacità narrativa ma laddove ci si attende un lascito personale cerca scorciatoie (più o meno riuscite) nel cinema di genere dimenticando i colpi a sorpresa dietro le maschere degli attori. Una pellicola riuscita a metà e quando ti aspetti il vero ‘rasoio’ nella storia con una dritta e una piega ficcante, il resoconto appare abbastanza liscio (non certamente banale) e il pianto in primo piano rimane lì insignificante, privo di pathos e alquanto artefatto nella chiusura a schermo nero per ricordarci che la destinazione (di un ipotetico viaggio di andata) è ancora il taxi in mezzo al traffico (quasi un simbolo occidentale in mezzo al trambusto dei giochi moderni).

In un appartamento (in affitto) Amir e Sara sono indaffarati nel preparare le valigie per partire: destinazione Melbourne. Vogliono lasciare l’Iran per l’Australia. Cambiare aria e vita. E nel frattempo aspettano che il vicino di casa venga a prendere la bambina di pochi mesi che è rimasta ‘in custodia’ da loro lasciata dalla baby sitter. In questo breve tempo dalle valigie quasi chiuse al taxi in partenza per l’aeroporto gli avvenimenti si complicano non poco. Tra campanelli, connessioni, telefoni accessi e spenti, ambulanze in arrivo, auto in partenza, mamma da salutare, vicino lasciato, neonata che non respira, alterchi moglie e marito, tutto il film si snoda con risvolti e cambi di prospettiva. In un chiuso stile Polanski e con armi da giallo. Ma ogni sistema è chiuso prima e il non serrato gioco perdono (e fanno perdere) l’inventiva dei personaggi. E la statura del regista di ‘Carnage’ è solo toccato nel minimo. Buone le intenzioni ma livello non certamente alto. E il finale non chiama nessuno per un cinema di colpi senza ansie facciali da ricordare.

Così (come per dire) nel finale amorevolmente amaro sembra quasi indicare (specchiarsi forse no) ad un’altra pellicola lontana in tutti sensi (dall’altra parte del mondo) ma (sembra strano ai più) con un aggancio sul taxi in libera uscita dal paese che riaccoglie (forse) una parte del suo sogno. E’ “The Terminal” (id., 2004) di Steven Spielberg. Un’opera che limita il finale e che disdice quello di di un film iraniano. Che stranezze passano in testa quando guardando qualcosa pensi ad altro. Mi è venuto in mente così per sfizio (e senza allucinazioni) quando l’aeroporto è prossimo ma non si vede per andare via e al contrario sei dentro e non puoi uscire. Un film senza film limita lo sguardo oltre le mura di casa mentre il viaggio si ferma quando l’ospite pensa di essere arrivato a destinazione.

In “The Terminal” il taxi è sospeso e annebbiato col passeggero in ritorno e una ripresa verso l’alto (di un volo), qui (mentre ‘Melbourne’ attende) la ripresa è frontale (poco in volo) e il destino è solo uno scherno di un fermo-immagine alquanto azzardato. Il sogno si scontra col quotidiano tra un bambino in fasce e un passeggero che cerca il confine di un paese straniero. Stati Uniti e Australia uniti (seppur lontanissime terre) da un cordone ombelicale alquanto innaturale ma come resoconto e storcente filo-di-arianna nel un gioco destinato a chiudersi. E cosi le le lacrime iraniane sono chiusura di un melò quasi occidentale. Il nuovo cinema diventa lo specchio rovesciato di una storia di sogno azzerato tra quattro mura di un piccolo appartamento prima di partire. Appartamento in affitto. E Melbourne è la nuova frontiera del mondo iraniano posteriore datato senza un nessunissimo sogno americano (di un aeroporto in finzione come un set da costruire). Strano incontro-scontro tra due cinema diversissimi e stranamente legati da un nastro di Möbius: la stessa faccia (a rovescio) che si calca e si snoda una sopra l’altra. Il pianto che vedi è il pianto di un’occidente perso. Ecco l’Iran s’invola a Melbourne. Ma un’aeroporto è ancora da inquadrare.

Il film di Javidi intravede speranza ma ne racchiude lo schema ossimoro di un cinema americano ingrigito di un animo spento. Quello che manca al suo film è la vera speranza del volo. Tutto appare sottilmente strizzato nel cuore della storia. Freddamente ingiallito e poco consono a rappresentare un paese in crisi. Il nodo sociale è la morte dei un’infanzia ancora in fasce. Ma resta la sensazione che i visi siano troppo al gioco degli snodi (tra suoni, campanelli e collegamenti) mentre la passione familiare (e di un paese) appare estraniata e quasi svuotata. Appare tutto senza colpo a ferire. Estraniante e poco partecipativo nelle emozioni.

La coppia negli attori Peyman Moaadi (Amir) e Negar Javaherian (Sara) riesce bene a destare l’attenzione. Ci sono piccole pause non costruttive alla storia. Regia di medio livello (non facile districarsi e bene tra pochi metri, solo alcuni ci riescono): per un’opera prima non è assolutamente male.

Voto: 6½ .

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