<> (Mariarosa Mancuso). Moretti si dà all’hanekismo d'”Amour” e cozza contro l’identico spregevol’errore: credere d’emozionare con una morte priva d’atroce agonia, marcescenza, putrefazione, una morte che strappa brandello dopo brandello qualunque residuale dignità della persona. A proposito di latinorum, qui l”inter faeces et urinam nascimur (et moriamur)” è del tutt’abiurato e l’evento luttuoso viene proposto, come già ne “La stanza del figlio”, in un’ottica edulcorata, asettica, soffice, morbida, contenuta, decorosa, dolce, sommessa, al di fuori d’ogni realismo, quel realismo addirittura brechtiano invec’espressamente dichiarato durante l’intera pellicola. Tenerone e coccoloso, ridotto e ricondott’il dramma a inferno sol’interiore, psichismo disincarnato, valido forse per i privilegiat’ambienti radical-chic frequentati dall’odierno cineasta sessantenne, con tanto di chiusa “A domani” che ricorda vergognosamente il finale di “Via col vento” (“Dopotutto domani è un altro giorno”: https://www.youtube.com/watch?v=k-cRFkjOsdw). “Un film profondo e sincero, un film sul cinema e sul rapporto tra realtà e finzione, un film che s’appresta ad essere un manifesto del nostro tempo complesso e problematico” (Dario Zonta): il Nanni nostrano l’aveva diretto nel ’93 col magistrale “Caro diario”, vincitore a Cannes del premio per la miglior regia. Al confront’il resto è fuffa.

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