Cartolina da Parigi. Bella come una donna irraggiungibile, romantica come poche sanno essere, intrigante e sensuale come una giarrettiera da can can. Una città che sa essere tutto. Variegata e assoluta, terrena e astratta, come l’arte stessa. O come la migliore delle donne possibili. È così che Woody Allen ci “mostra” Parigi. Pena capitale dell’ispirazione e dello smarrimento emotivo.

La delicata musica delle boulevard parigine segue i passi curiosi e incerti di Gil (il perfetto impacciato Wilson), sceneggiatore americano stanco dei suoi script televisivi “in serie” e in cerca di ispirazione per il suo primo romanzo. Accompagnato da una fidanzata (ma non compagna) con la quale la condivisione è una nota stonata e la complicità una bozza mal riuscita, Gil evade dagli schemi della sua vita e si avventura in un mondo che può essere solo suo. La ricerca di vena artistica nelle notturne notti parigine sarà occasione per perdersi e poi forse ritrovarsi.

Midnight in Paris è un film delicato che pone di fronte ad un grande compromesso. C(r)edere o non c(r)edere alla magia dell’arte? A seconda della risposta il film avrà sfumature e tinte diverse. Variegate oppure incolori, poetiche oppure banali. Se come Gil si cede al fascino di una frase di Hemingway o all’immaginazione visionaria di Picasso e Dalì allora si rimarrà facilmente incantati.

Allen gioca col tempo. La nostalgia del passato coincide con l’insoddisfazione di un presente statico e ripetitivo. L’arte diventa la valvola di sfogo, una sapiente compagna che dirige il protagonista verso il coraggio di un futuro più consapevole. Ma se l’arte si contempla, le persone si vivono. Non c’è passività né adorazione. Bisogna essere in due. Questa è la sostanziale differenza tra amore e arte perché per il resto il fil rouge, il sottofondo, il leit motiv è lo stesso: la passione in tutti i “sensi”. Per il colore di un quadro, per il verso di una poesia, per gli odori di una splendida città o lo sguardo di una bellissima donna

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