Se vi capita di pensare di essere nati nell’epoca sbagliata e vi consolate immaginando la vostra vita tra luci, colori e suoni di un tempo passato, allora non sarà difficile provare un istintivo senso di identificazione con il nostalgico protagonista dell’ultima perla di Woody Allen, Midnight in Paris.
Gil (Owen Wilson) è un’aspirante scrittore innamorato dell’idea di Parigi negli anni Venti, vibrante dello scintillio degli abiti femminili e di quello delle menti dei grandi artisti che la popolavano, in cerca di ispirazione per il romanzo di una vita, che potrebbe sottrarlo ad una carriera di successo ma decisamente poco appagante come sceneggiatore ad Hollywood.
Con la sensazione di essere un pesce fuor d’acqua in un menage familiare che schernisce le sue ambizioni ed è costantemente in disaccordo con il suo modo di vedere la vita (e di trascorrere il tempo a Parigi), perso nel buio dorato dei vicoli cittadini Gil si ritrova a piombare inspiegabilmente nel mondo evocato dalle sue fantasie e a fare la conoscenza, notte dopo notte, di miti della scrittura americani come Hemingway e Fitzgerald, geni dell’arte e muse ispiratrici all’origine di capolavori senza tempo. Dopo lo stordimento e l’incredulità iniziali, Gil si lancerà a capofitto nell’universo dei suoi sogni, mentre l’entusiasmo per la favolosa vita “nel passato” aumenterà ulteriormente la distanza nei confronti della fidanzata e dei futuri suoceri, generando incomprensioni, situazioni comiche ed equivoci, e trasformandosi nella necessità di una presa di posizione per inseguire la felicità.
La commedia di Allen scorre alla perfezione e trova uno dei più riusciti motivi di ilarità nello straniamento, provato dal protagonista e dal pubblico, nei confronti della galleria di personaggi fatti rivivere sullo schermo e sulle cui manie, sui cui tratti caratteristici il film ironizza (fenomenali in particolar modo il Dalì di Adrien Brody che vede rinoceronti ovunque e la parlata “a ripetizione” di Hemingway). La pellicola è in effetti anche un pretesto per celebrare un’epoca che ha visto riunite personalità per cui Allen deve nutrire un’enorme ammirazione, così come un omaggio al fascino di una città che si prende con prepotenza le prime inquadrature e viene continuamente esaltata dalla mano della regia.
Un’opera senza dubbio tra le migliori di Allen, una riflessione sul significato del sentirsi estranei alla propria epoca, sull’effetto che il desiderio di un altro tempo, non vissuto ma comunque così potente sulla nostra immaginazione da generare addirittura un sentimento nostalgico nei suoi confronti, può avere sulla nostra vita. Tutto con leggerezza, al ritmo delle musiche meravigliose che accompagnano da sempre i film di Allen e con un racconto che si impreziosisce di interpretazioni impeccabili, guidate da quella di uno stralunato e sognante Wilson, perfetto nell’aggiungere una nuova variante all’eroe alleniano.

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