Mike Stevens è un soldato altamente addestrato. La prima volta che lo incontriamo è appostato con il suo compagno – e migliore amico – Tommy, in attesa dell’arrivo del classico obiettivo da eliminare. La missione, però, non va a buon fine e i due sono costretti alla fuga. Da quel momento, nel lungo cammino che li porta verso il nuovo punto di recupero – un villaggio nel deserto -, tutto quello che potrebbe andare storto avviene, sino all’incidente che dà inizio al dramma: Mike mette un piede su una mina, che non esplode. Tommy non è così fortunato.

Da questo momento, Mine, primo lungometraggio dei due filmmaker italiani Fabio Guaglione e Fabio Resinaro, comincia a stupire, perché più il tempo per Mike (Armie Hammer) passa, più la storia non solo cresce di tensione, ma prende pieghe molteplici andando in mille direzioni. Il concept si muove da una condizione traumatica – e per questo molto empatica – già sfruttata in altri film da one man show usciti in questi anni, uno su tutti Buried (il cui produttore, Peter Safran, è lo stesso di Mine): lì c’era Ryan Reynolds rinchiuso in una bara, unico teatro della vicenda; qui, invece, l’eroe è sì bloccato nei movimenti in uno spazio minimo, ma è circondato da un ambiente pressoché infinito. Un gioco di contrasti che si ripete per tutto il film, che inizia con uno stampo da war movie e prosegue come un survival, un thriller psicologico, un dramma familiare.

È un cortocircuito di spazi e generi gestito con intelligenza ed equilibrio e che mano a mano ci conduce in un luogo ben più problematico di quello di partenza: la coscienza di Mike, svelata attraverso flashback e visioni oniriche sempre più frequenti, con realtà e finzione a confondersi sino a distinguersi a fatica. Diventa chiaro, quindi, come l’immobilismo del protagonista non sia solo fisico e come ogni immagine abbia un profondo significato simbolico, riferito alla condizione di stallo esistenziale che Mike vive da molto prima di arruolarsi nell’esercito.

Sono tutti elementi di quella filosofia fondata sull’eterno scontro tra l’uomo e una natura ostile, sadica nel colpire quando si è più deboli ma indispensabile per risvegliare il proprio io e trovare la forza per andare avanti. Hammer, mai così intenso ed espressivo, viene sottoposto a sfide estreme contro il caldo torrido, le violente tempeste di sabbia e gli attacchi notturni di licaoni affamati che riportano alla mente l’odissea vissuta da Liam Neeson in The Grey, altro esempio di un film che parte dal congelamento emotivo del suo protagonista e con cui possiamo individuare più di un contatto.

Mine ha dunque tutte le caratteristiche di un film high concept di stampo hollywoodiano, con la particolarità, per così dire, di essere stato realizzato da due autori italiani che al loro primo lungometraggio si sono confrontati con una storia capace di attirare il grande pubblico e che allo stesso tempo avesse anche un filo conduttore con i loro lavori precedenti (si pensi per esempio ad Afterville, corto sci-fi che racconta di un’invasione aliena sulla Terra e in cui la tensione è generata da un conto alla rovescia simile a quello che in Mine scandisce l’arrivo dei soccorsi). È bene che il nostro mercato colga il linguaggio di un’opera che sfugge alla canonica classificazione di genere, a cui la nostra cinematografia tende ad essere ancora molto legata. Per questo motivo, spinto anche dall’uscita in Italia in anteprima mondiale (il 6 ottobre in 200 copie), Mine potrebbe aprire nuove sperimentazioni e suggestivi scenari per il nostro territorio. Serve solo il coraggio di sostenerlo.

Mi piace: lo scantonamento dalla classificazione di genere. Parte come un war movie, prosegue come survival, si trasforma in thriller psicologico e sfocia nel dramma famigliare. L’interpretazione tesa di Armie Hammer.

Non mi piace: la ridondanza dell’ultima parte del film.

Consigliato a chi: è in cerca di un film capace di regalare emozioni forti con un solo personaggio in scena, come Buried o Locke.

Voto: 4/5

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