Miss peregrine. La casa dei ragazzi speciali ( Miss Peregrine’s Home For Peculiar Children, 2016) è il diciottesimo lungometraggio del regista Tim Burton.

La fantasia, l’arcobaleno e il cielo di ripresa del cinema sono coniugazione lineare e arcaica, moderna e vistosa in un film come questo che ha dalla sua la voglia di farci pensare, volare, sognare e, vagamente, allontanare ogni gusto di fatica e di peso sopra la nostra testa.
Tim Burton riesce a conquistare con una dolcezza e uno stile tipici suoi: non ha armi particolari ma una grazia insita è un kitsch avvolgente, sapiente e, misteriosamente, avvenente. Ciò che sembra ordinario in una sceneggiatura di pezzi e puzzle, ritagli e omaggi, nel cinema del regista californiano si rivitalizza, si apre e si schiude in tanti petali fantasmagoricamente soffici e colorati, leggeri e tenui. Un cinema dove il sogno è vitale, dove il velo del reale gioca con pazienza con la voce interiore di un ragazzo itinerante che pare perde la bussola ma trova ( sempre) il sentiero verde di un’età gentile e sapiente ( aiutato dalla voce e dai modi di un nonno che è saggezza sempre).
Jacob e Abraham sono uno accanto all’altro sempre, si ascoltano, si inseguono, si alimentano nel ricordo e nel costante incontro. Ciò che suggerisce il nonno diventa fonte di fantasia insperata per un nipote di viva forza. La paura si allontana e gli occhi diventano espressione di un’interiorità inespressa. Il nonno aspetta l’arrivo del suo adorato.

Mentire mai ad un nonno, mentire mai ad un nipote. Aspettare le buone notizie, sapere la storia è ricordarsi del tre settembre millenovecentoquarantatre.
Il ragazzo silenzioso e preso in giro, il figlio dagli occhi lucenti, il nipote dalla facile visione s’addentra dentro un misterioso passaggio, quello speciale.
Senza compagnia e senza amici, Jacob vuole visitare la casa dei bambini speciali; aiutato all’inizio da coetanei (non proprio amici) per sapere dove incamminarsi poi è solo senza nessuno ma dentro il visionario mondo del regista (e del romanzo, parte prima, di Ransom Riggs).
Spostare. il cuore oltre il confine del finto reale e farsi conquistare dalle leggi non fisiche e dall’istantanea tempo passato dentro un data è un evento. I bambini sono veramente speciali.
Peregrine e il volo, la donna uccello che riesce a vedere oltre il sogno del suo (piccolo) eroe.
Esempio di cinema stereotipato.mente volitivo, inebriante e zuccheroso al punto giusto.
Rivenderlo con voglia: ecco ciò che sembra dire l’occhio appena esce dalla sala e vede il ‘frastuono’ ordinario di una misera vita.
Eccedente, fluente e, soprattutto, malinconicamente vezzeggiativo gioioso.
Galles oltre il mare, una terra piccola, un respiro di un tempo dentro un giardino con adolescenti vitali e mai perdenti.
Ride lo sguardo di Jacob ad ogni incontro che (non) s’aspetta e il suo ego in ribasso costante diventa ancora di salvezza per ogni cosa che assapora con vero gusto.
Isola lontana, oltre il suo mondo, la casa aspetta e i bambini speciali svegliano ogni desiderio.
Niente di come vedeva, i bambini speciali che incontra Jacob hanno la follia di un racconto: la bambina leggera, l’invisibile, i gemelli con l’indumento bianco, la bambina con i denti dietro la nuca, e poi Browyn, Fiona, Olive, Enoch e Hugh che ha un rapporto speciale con le api. Tutte cos’è mai viste (verrebbe da parafrasare….’ho visto cose che voi umani…’).
Emma è la leggerezza di un film che per mantenersi ad altezza sguardo ha bisogno delle sue scarpe di piombo. Un film che vola istericamente in alto. Meno denso delle particelle da respirare.

Nella pellicola, tipicamente burtoniana nel suo paradigma visionario, pur tuttavia si rintracciano aggettivi, consolazioni e sagacità di altri: il mondo bambino di Scorsese (come non pensare a ‘Hugo Cabret’ con lo stesso attore Asa Butterfield, è una stretto connubio tra i due personaggi), l’acqua di Cameron (come non pensare al ‘Titanic’ e non solo), il volo di Spielberg (come non pensare a ‘Hook’ e ‘A.I. …’ e ‘…Tin Tin ‘ come una fiaba all’unisono col sognatore), il gioco di kubrick (come non pensare a ‘Arancia meccanica’ e agli occhi spalancati come una battaglia dello sguardo continuo, ora visionario ora orribile), il respiro fantasioso dello stesso Burton che con meraviglia si aggiorna, si copia e si esalta alla meglio. Il cinema manifesta il suo ‘appeal’ come al meglio per farci ‘fantasticare’.

L’affabulazione di Tim Burton è convincente e la gamma del suo sguardo riesce a ubriacarci oltre ogni film fatto. Tutto il suo excursus è vivo dalle mani di forbice alla cioccolata, dai pupazzi ai cadaveri, dal grigiore woodiano all’adunata finale in ‘Big Fish’. E il cinema è un vero miscuglio di colori variegati, più o meno sfumati, e di svolazzamenti, più o meno alimentati.
Il cast è riempitivo di ogni suggerimento con il ragazzo Jacob che unisce tutti. Come non ricordare Terence Stamp (il nonno) e Judi Dench (Esmeralda) con un carisma totale che va oltre alle loro parti. Repert Everett (John Lemmon) non ci distoglie dal film rivedendo altre sue pellicole (da ‘Ballando con uno sconosciuto’ a Cortesie per gli ospiti’). E che dire di Samuel L. Jackson (Barron) che impersonando il capo dei vacui avrà lo scontro con Jake e tutti i bambini per salvare Miss Peregrine. Un attore già impresso nell’immaginario per ciò che riesce a dare alla storia e al pubblico.
Da menzionare la scenografia di Gavin Bocquet che riesce plasmare la pura fantasia del regista.
Tim Burton ha una prova che gongola bene sui vari personaggi e a distanza debita rinvigorisce il suo sguardo.
Voto: 8+/10.

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