Mission: Impossible – Rogue Nation (id., 2015) è il terzo lungometraggio del regista del New Jersey Christopher McQuarrie.
Ecco arrivare il quinto capitolo della saga di James Hunt o meglio del Tom Cruise in spolvero continuo e senza sosta alcuna tra una fausta corsa, un’arrampicata, un aereo, una moto, una nuotata e un continuo scoppio adrenalinico. In una successione da ritmi incalzanti e accattivanti il girovago è costretto ad inseguire per essere seguito, come a nascondersi per non farsi mai trovare fino a schiudere il codice segreto a tu per tu con il nemico, lì davanti senza paura con pallottole puntate!
Una goduria spettacolare e un succulento gioco che pervade lo schermo sin dal prima immagine. Una piccola carrellata su una verde campagna dove regna il silenzio e l’attenzione al primo ‘round’ fuori-ordinario. Una testa mimetizzata si alza dallo sfondo, un collegamento, un ordine, una sorpresa (mica tanto) ed ecco Hunt-Cruise correre i cento metri piani tagliando il fermo immagine fino a saltare sull’ala di un aereo in partenza. C’è da recuperare qualcosa di importante e la missione appare improponibile. E’ attaccato, poi, sulla pancia del velivolo è chiama la base di ‘aprire il portellone’, Ma dove sei? Nell’aereo? “Risponde stizzito “non sono nell’aereo ma sull’aereo! Apri il portellone!! E sì il portellone ma quello giusto. Così con una sequenza super-fisica e super-forte si apre la pellicola che senza ombra di dubbio cattura subito e senza giri di parole e immagini. Ed ecco quando il carico da prendere s’invola col paracadute del nostro eroe partono i titoli di testa con il tema musicale-refrain marchio di fabbrica.
Come al solito Hunt deve combattere con il nemico visibile e invisibile. Questa volta i conti non tornano con il ‘Sindacato’ (che termine per detronizzare concetti e preconcetti di ogni sorta…), una micidiale organizzazione terroristica che vuole distruggere la I.M.F. e naturalmente detronizzare la Cia con il gruppo di James. Anche se i rapporti tra Cia e Hunt non sono tra i migliori (anzi peggio), gli amici delle ‘mission-impossible’ si ritrovano di nuovo per seguirlo e stare dalla sua parte. E sì…, gli amici non si dimenticano mai. Ecco l’affiatamento e il senso dell’unione a tutti i costi fino all’epilogo.
Ethan, William, Benij, Luther con Ilsa: tutti insieme appassionatamente con un tripudio di sequenze mozzafiato e uno scorrere del tempo cinematografico palpitante e ben augurante, ma tutto vorresti che si fermasse per gustarselo spasmodicamente: Una leccornia vedere un film e farsi prendere dall’euforia: il contagio è palpitante e coinvolgente. La sceneggiatura può (anche) dare adito a qualche mugugno ma il divertimento e lo spasso sono assicurati!
Le sequenze da menzionare ci sono (eccome se ci sono…): quella dell’aereo (di cui è stato già detto), dell’opera a Vienna, dell’inseguimento auto-moto e dell’acqua (nella parte finale). Dentro il teatro con la Turandot che fa respirare la classicità più pura, Hunt si presenta in perfetto smoking: niente paura sa sbrigarsela anche con i muscoli impostati e lisciati dal tessuto. L’opera in atto è l’opera da venire per Ethan che si trova tra un fucile spianato, un cecchino da raggiungere e una scenografia in bilico (lui…non per altro…altrimenti non sarebbe impossibile!). Tutto ben girato con pause, incastri, voci, musica e inquadrature ben spalmate. Certo è quello. Il regista (e la sceneggiatura) hanno rifatto (con le dovute proporzioni) Hitchcock. e “L’uomo che sapeva troppo” (The Man Who Knew Too Much) del 1956: un meccanismo perfetto riproposto con visibilità e tensione diversa. La sequenza di sir Alfred rimane unica e (forse) irripetibile: si consiglia vivamente di rivederla (e naturalmente anche tutto il film).
Le scene di Casablanca in Marocco con appostamenti, ritrovi e inseguimenti sono ben orchestrati. Si ha l’impressione che il ‘giro’ boa di Ethan perda qualche colpo (non certo per suo demerito…tutt’altro..!) con una sceneggiatura un po’ diluita e qualche sovrabbondanza recitativa. In ogni caso lo scompiglio e il divertimento restano assicurati. Come nel lungo finale: tra preparazione, immersione, collegamento, codice, copie, virus e nemico da ‘chiudere’ e ‘congelare’ ermeticamente!
E il duo Hunt-Brandt (Cruise-Renner) fa faville: i loro sguardi, botta e risposta sono di una complicità unica. Uno al servizio dell’altro: anzi si ha la sensazione che Cruise aspetti il suo ‘amico’ per ricominciare. E da ‘…Ghost Protocol’ (2011) che l’intesa è divenuta simbolo e che è cresciuta in meglio. Si aspetta il prossimo M.I.! L’unico che non ha (mai) lasciato Ethan da solo è Ving Rhames (nel ruolo di Luther): un attore con una carriera fittissima e di ‘generosità’. La new-entry della serie è il personaggio di Ilsa: una Rebecca Ferguson in gran ‘spolvero’ pensando ad un futuro grande-schermo ancora da ‘divenire’ (ha poco più di trent’anni). Tom Cruise con Hunt si toglie la maschera (anche qui funziona…): la pelle è unica e il responso è unico!
Si deve ricordare che i titoli di coda (con l’elenco del cast) sono un omaggio ai suoi ‘amici’ attorno: siparietti per tutti (con l’immancabile refrain) e la miccia che sta per arrivare fino all’attore della Contea di Onondaga. I registi cambiano (tutte e cinque diversi) ma lo spettacolo è assicurato! Buon per Tom che non aspetta altro di girare il prossimo.
Voto: 7½ .

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