L’eterna incomprensione padre e figlio. Militare frustrato il primo, pacifista convinto il secondo. Per vie traverse il destino li porterà a condividere un spicchio di vita nell’ex-Jugoslavia, tra incompatibilità caratteriali, caccia a ricercati, incidenti esilaranti e partite a risiko tra soldati e religiosi ortodossi, il tutto condito da velati rimandi alla realtà. Il regista fiorentino Francesco Lagi dirige “Missione di pace” (2011), presentato in anteprima alla Settimana Internazionale della Critica della 68° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Una storia umana e originale, senza scontate conversioni ideologiche da parte di nessuno. E dove, c’è da scommetterci, il futuro regalerà ancora scontri generazionali, ma in compenso si porterà in dote una buona dose di rispetto reciproco, chiunque siano i contendenti.

Silvio Orlando è il capitano Sandro Vinciguerra, insoddisfatto della propria carriera ma con l’occasione che aspettava da una vita. Il giovane Francesco Brandi è Giacomo Vinciguerra, idealista col mito della rivoluzione castrista in Italia, che trascorre le proprie giornate manifestando contro la guerra, e immaginando lunghe chiacchierate con Ernesto Che Guevara (Filippo Timi). Tra di loro, la terza presenza. La mamma/moglie, Teresa (Antonella Attili), che si affida alle sigarette per ritrovare un po’ di quiete. Il capitano Vinciguerra, sbarcato nei Balcani al comando di una missione top secret per catturare il latitante e pericoloso criminale di guerra Radovan Pavlevic (Ivo Ban), si ritrova l’imbarazzante figlio tra i piedi, arrivato con un albero da piantare nel Bosco della Pace, ma derubato della propria macchina. Nel campo della base italiana c’è anche una recluta donna. Maria Pettariello (Alba Rohrwacher). Da due anni consecutivi in missione. Senza nessuno che l’aspetti in Italia. Non vorrebbe mai andare via. Anima inquieta. Dall’espressione un po’ confusa. Da una lato tende una mano all’antimilitarista Giacomo, dall’altro lo punta dicendogli “tu ci confondi, dici cose strane”, e considera il capitano come suo padre. Giacomo vive in un mondo a parte. Sospeso nelle atmosfere onirico-surreali dove il Che guarda il quiz televisivo “Il pranzo è servito” mentre lui parla su come iniziare il fantomatico dopo-rivoluzione in Italia, con la madre che lo supplica di far liberare il marito, “mussolinianamente” imprigionato sul Gran Sasso. Un accampamento errato porterà padre e figlio a essere trascinati via dalle acque del fiume e sarà un’opportunità per conoscere qualcosa in più dell’altro, ma senza abbassare mai la guardia. Camminando e vagando, i due dispersi finiranno diritti tra le mani del temibile ricercato, noto per picchiare gli orsi e strappare loro il cuore. Pericolo o meno, lo scontro familiare prosegue imperterrito. Perfino quando Radovan decide che uno di loro deve morire, ne esce uno screzio esilarante con il Vinciguerra senior deciso a sacrificarsi eroicamente, ma con il giovane che non ci sta. Preferendo morire lui stesso poiché certo di non poter vivere con il peso sulla coscienza del martirio del proprio padre. Dopo “Il papà di Giovanna” (2008), Silvio Orlando e Alba Rohrwacher sono di nuovo insieme. L’attore napoletano è impeccabile nel suo ruolo marziale. Fermo nelle proprie convinzioni. La Rohrwacher, pur 32enne, ha ancora un viso da ragazzina. Pulito. Sincero. A tratti imbranato. Vien voglia di chiamarla Bambi. Ha i connotati dell’amica di penna con cui confidarsi. E in Missione di pace ha dato un’ulteriore dimostrazione (se mai ce ne fosse ancora bisogno) della sua versatilità come attrice. Lasciando da parte ansie e isterismi tipici di una certa commedia italiana, il film offre una sincera dimensione di attualità. Dove l’incomprensione non è un difetto, ma un’inevitabile fetta nel miscuglio di relazioni suddivise equamente tra avventure, risate e una reciproca/sana testardaggine. La pellicola ha inoltre il grande merito di trattare con delicata intensità tematiche complesse come la geopolitica e le operazioni militari di pace. Francesco Lagi offre molte spunti su cui riflettere. Sta noi capire in che direzione vogliamo andare.

© RIPRODUZIONE RISERVATA
Vai al Film