Serge (un ottimo Fabrice Luchini), un ex attore che ha lasciato le scene per profonda disistima nel mondo dello spettacolo e che ha scelto di vivere come un eremita in una località di mare nell’ovest della Francia, riceve un giorno la visita inaspettata di Gauthier (Lambert Wilson, altrettanto bravo), un vecchio amico. Costui è anch’egli attore, ma, diversamente da Serge, è in piena attività e anzi sta riscuotendo un certo successo come protagonista di una serie di telefilm, dove incarna la figura di un chirurgo abile e fascinoso. La visita di Gauthier non è casuale: egli, non abbastanza soddisfatto della sua carriera, ha intenzione di organizzare un nuovo allestimento teatrale nientemeno che del Misantropo di Molière ed è venuto a proporre all’amico un ruolo da protagonista.
L’ex attore sulle prime si schermisce e oppone un netto rifiuto, poi, dietro le insistenze dell’altro, chiede di poterci pensare qualche giorno. Intanto per non perdere tempo i due stabiliscono di fare qualche prova di recitazione. Chi sarà il misantropo? Per il momento tireranno a sorte, nello spettacolo saranno Alceste e Filinte a turno.
I due amici ci vengono mostrati alle prese con il testo di Molière, intenti a coglierne il senso e la bellezza, spesso con una sorta di sotterranea rivalità e con frequenti discussioni. A Gauthier capita, quando tocca a lui Alceste, di incorrere ripetutamente in un errore. Egli minimizza, trattandosi semplicemente di una parola sbagliata, mentre Serge, purista, lo considera un incidente di una certa gravità.
Questo dettaglio della trama, apparentemente insignificante, costituisce invece, come si vedrà alla fine, la chiave di tutta la vicenda.
Film sull’amicizia, sull’illusione teatrale, sulla bellezza del recitare, sull’influsso che la grande poesia ha sugli uomini e sulle loro decisioni. In proposito, Serge, infine intenzionato ad accettare la proposta di Gauthier, si fa arrivare un costume d’epoca, lo indossa e così abbigliato inforca la bicicletta e va dall’amico per comunicargli solennemente che reciterà alla condizione che la parte del protagonista sia sempre e solo sua. Nasce un diverbio, alimentato anche dalla rivalità per una donna, i due vengono persino alle mani. La conclusione non può essere che la rottura: Gauthier farà Molière da solo.
Ma per interpretare Alceste bisogna essere puri, intransigenti, precisi: non si può accettare di sbagliare neppure una parola. Teatro parigino: Gauthier, malamente truccato, è Alceste e incorre nuovamente nell’errore commesso tante volte nelle prove con Serge; si interrompe pensieroso e ha la definitiva rivelazione, davanti ad un pubblico sconcertato, di essere indegno di quel ruolo, di avere sottratto la parte all’amico, dei due il solo a meritarla.

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