Chi di noi non si è mai chiesto, di fronte alla sintassi tagliente di Sir Arthur, o al profilo altrettanto tagliente di un Rathborne o di Cushing (ma anche Lee, Everett, Frewer…): può qualcuno essere così perfettamente, insperabilmente, immancabilmente infallibile?
La risposta più logica è, di solito: sì, col cavolo.
Ecco perché, negli ultimi tempi, ci siam risposti con un dirompente Robert Downey Jr. o con un diremmo-psicopatico-se-non-fosse-politically-incorrect Benedict Cumberbatch. Come a dire: genio sì, ma matto da legare.
La risposta di Condon, invece, è quella che ci fa spalancare gli occhi, appoggiare la schiena allo schienale della poltroncina e sospirare: ah, ecco la soluzione.
Elementare, Watson.
Il signor Sherlock Holmes di Baker Street, che poi non è Baker Street, è un uomo di grande intelligenza, di indubbie capacità, ma non infallibile: è solo accompagnandolo oltre le soglie della vecchiaia, quando le durezze dell’intelletto si addolciscono e le difese personali diventano molli, che possiamo vedere l’uomo oltre il mito.
L’ultima indagine dell’investigatore privato più famoso del mondo è un indagine su se stesso e sui propri limiti, che fa scoprire a lui l’importanza della memoria e a noi la disarmante bellezza della normalità.
Dietro il personaggio, alla fine, l’uomo deciderà di nascondersi, scoprendo solo dopo tanto tempo l’infinita saggezza dell’amico di sempre, Watson: una vita, in fondo, può essere salvata anche con un’innocente bugia.
Ian McKellen, come sempre, è perfetto e profondamente toccante.

© RIPRODUZIONE RISERVATA
Vai al Film