“Nemesi” (The Assignment, 2017) è il ventiduesimo lungometraggio del regista californiano Walter Hill.
Ritorno di un regista grande e dimenticato, cinema intriso di vecchio e odorante di classico fatiscente. Cadenze, volti, mala, trasformazioni, fughe e scappatoie: eccoli tutti spalmanti e spettrali, silenziosi nei lineamenti di un fumetto da disegnare. Ha fatto certamente meglio e di livello ma per chi non abdica a certo ‘stile’ visivo e a un tuffo passato, il film può dire ancora qualcosa (di buono). Produzione a basso costo e si nota, più persone coinvolte per una pellicola che non guarda al tempo e soprattutto al facile consumo.

Notte, buio, pioggia, periferia, malfamati e luci artificiali. Il cinema di Walter Hill ritorna con un gusto mai perso è un peregrinare tra i suoi luoghi preferiti in uno scontro di idee, di pensieri bassi e viscerali (Rachel) e di lacerazioni infime (Frank) che ha la mano sempre puntata senza aspettare risposte consolatorie. E’ ambientazione viscida, melmosa, sporca e mistica quella del regista con contorni dei visi da fumetto. Il bianco e nero dei segni….sintomo di arrivo e di vanagloria per gli eroi (e antieroi) perdenti.
Entrare nel suo mondo è come scoprire il dietro la vita di tutti i giorni: la violenza notturna, dei posti abbruttiti, della vita rinchiusa, degli alberghi solitari e delle vie bagnate, scolorate, piene di neon e con le auto che si diramano quasi in modo solitario. Il(la) killer Michelle Rodriguez (Frank Kitchen/Tomboy) si racconta e ci racconta una vita (forse) di redenzione e la sua ‘opera’ da mastino con un polso fermo e diretto. L’ultimo colpo rimane sempre per la vendetta. La dottoressa Kay aspetta. Si incontreranno mai? Si parleranno una volta? Si odieranno? O semplicemente ognuno per suo conto.
Memore di un cinema riluttante, saporoso, di genere e per nulla scontato, le immagini sono senza commisurate ai personaggi, niente sbavature e gustose ironie, ma soltanto dichiarazioni glaciali, febbrili agguati e silenzi dal vuoto di una città che non conosciamo. I tempi sono avanti e indietro, si gioca sugli spazi miseri e sulle didascalie di mesi, ore e posti. Ognuno rivede se stesso. Niente paura, il guerriero e la guerriera sono all’unisono il gioco dello scaricare il caricatore. E nei sotterranei, nelle schifezze, negli androni e nelle gallerie di palazzi superati dal tempo e dalla morte arriva il segno dell’ultima notizie. E il ricovero in manicomio è il contrappasso per chiunque sperando nelle buone parole e giuste affermazioni
Esercizio filmico che Walter Hill conosce benissimo. Per chi non avesse mai visto un suo film deve tornare ad alcuni lustri addietro per (ri)gustare pellicole di grande efficacia e di grande spolvero narrativo. Con un acume di sguardi e di ripresa che non si sono più visti in pellicole di genere ‘hollywoodiano’. Un regista da riscoprire sicuramente: alcuni titoli restano senza fiato di parola come ‘I guerrieri della notte’, ‘Driver l’imprendibile’, ‘I guerrieri della palude silenziosa’ e ‘Strade di fuoco’, insieme ad altri.
Sicario killer e cambio di sesso mentre ogni intima bruttura (im)ponderabile si fa strada in ogni posto malfamato fino a interrogatori risolutori. Il capo-mala che parla perché la vita è l’ultimo suo appiglio (se resiste) e l’amica infermiera Johnnie (Caitlin Gerard)che si piega al commercio facile e al lauto guadagno. Il tradimento e la vendetta vanno di pari passo. Ritorno vintage per un cinema in disuso ma (quasi) sempre allettante: certo il regista americano conosce tempi e modi del suo girare e non fa certo programmi facili per un film appetibile a tutti.
Istante per istante la pellicola è uno scontro tra due volti e modi opposti: impasticciato e truculento il killer (Rodriguez), asettica e monocorde la dottoressa (Weaver) con confessioni mestamente intrise di ogni privazione. Film corrosivo nei modi con dialoghi fermi e ingombranti per dei luoghi insalubri e stagnanti. Un cinema di volti cartoon dove ogni gesto è privo di vera redenzione: la nemesi di ognuno e la storia di ciascun film del regista statunitense. Mette se stesso senza svoltare per convenienze dei tempi.

Da consigliare per chi ha lo sguardo (e oltre) nella filmografia del regista; film non congruo e poco accattivante per chi non ritrova un ‘genere’ della carriera e dei modi degli anni settanta e ottanta.
Il duo Frank-Rachel regge la storia con la Sigourney Weaver (Rachel Kay) che riempie lo schermo con una recitazione algida priva di sbavature: la bravura non è venuta mai meno con gli anni.
Regia lineare e priva di superfluo (nel suo mondo); sufficientemente godibile.
Voto: 6+/10.

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