“Neve” è il settimo lungometraggio del regista napoletano Stefano Incerti.

Ritrovarsi da soli in auto tra neve e freddo, fermarsi per un riposo insolito (destinazione da vedere e possibilmente meglio da intuire) e incontrare una donna per strada lasciata mentre impreca un ‘suv’ che riparte senza fermarsi. Un uomo che viaggia per incontrare (forse) il passato e una ragazza che cerca (forse) disperatamente la propria strada. Un incrocio imprevisto e assolutamente inatteso si trasforma in un giro di sguardi, poche parole, camere, colazioni e birra con pizza fino ad un bacio poco elegante ma alquanto furbo per una femmina che di voglia disegna il ritorno del suo uomo (quello che lo ha abbandonata). Ma è pur sempre vero che il destino può portare sorprese e sovrapposizioni inusuali.

Il film di Stefano Incerti regala un approccio minimo e di basso profilo con silenzi e poche vocazioni al colloquio serrato, una linearità poco densa versata sui paesaggi innevati, i paesaggi fumosi, vie strette e camminate tra case, piante e luoghi inermi. Paesi dall’alto, vuoti, un centro commerciale in parcheggio, un bowling alquanto silente e una vista montagne pieno di ibridi misteri svuotati dalla coppia in auto. Una volta in hotel, una volta al bar, una volta in auto, una volta per una birra, una volta in caldo, una volta in freddo. Una volta per un controllo e una volta poliziotti controllori. La neve ammanta il silenzio di due personaggi in antitesi che di parole le misurano con il bilancino. Sopito e assopito Donato, irriverente e salutare Norah. Un incontro fuori misura che, senza dircelo per nulla, trova un collegamento smosso e alquanto strano. Linguaggio incazzoso quello della donna, modi indiretti e mesti quelli di un uomo che pare svagato e fuori ordinario. Un fuori orario tra l’Italia infreddolita, ghiacciata e poco propensa ad alzarsi da se stessa.

La narrazione è alquanto lineare e senza eccessivi sussulti, pur tuttavia il non detto (nella prima mezzora) lascia incertezza sulla vita dei due (soprattutto passata) e su quello che ha portato Donato a prendere con sé Norah. Purtroppo il disegno è minimo e l’incontro con il suo amico (Michele) di ieri porta il suo tragitto a parlare con la madre (malata e senza ricordi precisi): un dialogo misero e efficace che rendono viva la forza inespressa della signora Santini (colpendo lo spettatore nei modi e nello sguardo perso senza destino e con un figlio invisibile). Donato cerca se stesso in una donna trovata per caso (Norah) e in una madre che non ricorda nulla di un bambino amico del figlio. E la vita miserevole e invereconda porta al cimitero dei ricordi e di un denaro chiuso in una tomba: è il chiuso del cuore (perché racconta Donato non ha provato emozione alla morte di sua moglie). Connubio di svuoti incrociati e di pieni incolmabili: Donato sembra perso senza lo sguardo di Norah e gli occhi di lei trovano un piccolo abbraccio con l’uomo che non conosce.

Riesce a colpire il volto di Donato (nella convincente prova di Roberto De Francesco) anche dopo la chiusura dello schermo: tutto in sottrazione e appeso a poche parole (come quelle di una figlia di dieci anni che sente solo per telefono) con occhiali da ripulire e neve da calpestare. Nella croce di San Giorgio da solo per arrivare a ciò che oramai non nasconde più. Un piccolo quaderno, una cartina, un numero e un nome. S. Giorgio come un cavaliere sconfitto che vuole (vorrebbe) rinfrescarsi con in tempi trascorsi. Il nascondiglio c’è e arriva dopo: la complicità di Norah sembra sincera, il denaro corrompe sempre e le borse piene creano la divisione. Un camion, un risveglio brusco, una corsa senza fiato e grida senza sosta. Chi sa se la donna resiste, chi sa se l’uomo arriva. Chi sa se tutto si redime, chi sa se Donato riesce ad arrivare. Il destino può essere una scorciatoia come in un finale (di buon intendimento) che lascia (o non lascia) presagire nulla di che. Ognuno si dia la propria risposta. Quella giusta non c’è mai. Donato e Norah non vivono di nulla e non guardano la stessa strada.

Forse un bacio in meno (l’unico) e un pianto in meno (quello di un finale) potevano dare la sensazione di un film ancora più tragico; certo è che in certi percorsi narrativi la consistenza si deve cercare nella ricerca del montaggio degli elementi (la casa di Norah, i luoghi di ritrovo e i paesaggi innevati ad esempio) per dare inquietudine al film. Il regista non rovina le buone intenzioni iniziali ma si ha la sensazione (in alcuni frangenti palpabile) che il gioco si perda con espedienti poco efficaci (il taglio del braccio, la bontà di una pizza o il calore di un tè caldo) o meglio ancora sfruttati come riempitivi poco intenso. Le camere d’albergo (spoglie e dignitosamente scarne) trovano il giusto pari ad un film che offre molto quando dice poco e con pochi mezzi.

Interessante la musica a cura di Francesco Galano; naturalmente le immagini dei luoghi (siamo nelle zone abruzzesi) danno giusta atmosfera al film. Regia senza battiti e veri sbalzi di livello (e il finale tiene a galla il resoconto della storia).

Voto: 6.

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