“Uno dei grandi [de]meriti del film [è il] copione che lo stesso regista ha firmato con Francesca Serafini e Giordano Meacci (due che non fanno gli sceneggiatori di cinema italiano di mestiere e, [purtroppo], si vede)”. “Non essere cattivo” racconta dei “fratelli di vita” Cesare e Vittorio, borgatari ostiensi d’una generazione post-pasoliniana, quasi “gemelli separati alla nascita”: scommettiamo che uno finirà male e l’altro bene, scommettiamo che ci sarà la morte d’una sorellina malata con tanto di peluche come suo ricordo postumo mentr’il film terminerà con una neonata come simbolo di speranza invece che della coazione a ripetere? Vi sembra uno script per Raiset, una “trama piuttosto prevedibile e molto già vista”, un sequel di “Suburra”, “Romanzo criminale – La serie”, “Gomorra – La serie”? Non è la televisione che s’avvicin’al cinema, bensì il contrario, son’i gusti del pubblico del grande schermo adagiatisi sull’audience di quello piccolo. Luca Marinelli pare lo Zanardi d’Andrea Pazienza e Alessandro Borghi il Joaquin Phoenix de noantri, visi e cliché narrativi ch’annullano la qualità d’un montaggio “i cui tempi tengon’in piedi tutto con efficacia”, d’una fotografia “lucida e colorata al neon”, d’una recitazione “sentita” e d’un talento visivo con guizzi quali le allucinazioni cocainomani di stampo felliniano. Sinigallia sui titoli di coda non se pò sentì. Carissimo Mastandrea, pur con la tua bravura ti capita di toppare, anche con una certa frequenza, e quest’opera postuma che hai prodotto ne è un esempio.

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