Tratto da una serie televisiva americana degli anni ’60, “Operazione U.N.C.L.E.” è l’occasione per il regista britannico Guy Ritchie di creare un frizzante thriller condito di spionaggio e commedia.
Fin dai primi film, uno stile registico forte e riconoscibile caratterizza il lavoro di Ritchie, le scene di “Lock & Stock” e di “Snatch” sono ipercinetiche e percorse da personaggi sfacciati e spiritosi, uno stile portato alla massima espressione con i due capitoli di “Sherlock Holmes” del 2009 e 2011, in cui il “bromance”, ovvero l’amicizia romantica tra Holmes (Robert Downey Jr) e Watson (Jude Law) è funzionale al successo della pellicola quanto le geniali intuizioni mostrate attraverso scene rallentate o rielaborate ad arte.
In questo “U.N.C.L.E.” si percepisce fin da subito un ritmo scanzonato e stiloso che tiene in piedi una trama piuttosto semplice grazie all’evoluzione del rapporto di collaborazione e amicizia tra i protagonisti e ancor di più ai loro scambi di battute.
L’alchimia tra Henry Cavill, che nasconde il proprio fisico da Superman sotto gli eleganti completi dell’agente della CIA Napoleon Solo, e Armie Hammer, negli insoliti panni della spia del KGB Illya Kuryakin con tanto di marcato accento russo, è il perno che fa ruotare nel verso giusto l’intera vicenda, generando la maggior parte della risate in sala quando i due agenti cercano di mostrarsi l’uno più scaltro dell’altro.
Siamo nel 1963, il muro di Berlino è stato eretto da un paio d’anni e i discorsi ispirati di Kennedy risuonano dagli apparecchi televisivi, ma l’incontro tra le due spie appartenenti alle superpotenze nemiche non avviene nel migliore dei modi, quando costoro, dopo aver appena cercato di eliminarsi a vicenda, vengono a sapere che dovranno allearsi temporaneamente per il bene comune.
Grazie all’aiuto dell’affascinante meccanico Gaby, figlia di uno scienziato nucleare tedesco rapito da una misteriosa organizzazione criminale italiana guidata dalla famiglia di industriali Vinciguerra per costruire una bomba atomica al largo delle coste campane, Solo e Kuryakin atterrano in una Roma incantevole e modaiola per tendere una trappola alla “femme fatale” Vittoria e farsi rivelare i propri folli piani.
I due però hanno a che fare con un’esca tutt’altro che remissiva: per infiltrarsi nel mondo dell’alta società romana e allo stesso tempo cercare le tracce del padre scomparso, Gaby e Illya devono fingere di essere fidanzati, ma non è facile per la ragazza dal carattere indipendente avere a che fare con il maschilismo e la disciplina del russo, infatti la loro unione forzata genera subito scintille fino a che lui inizia a provare qualcosa per lei.
Nel frattempo Solo, la cui fama di donnaiolo sfacciato è pari solo a quella di abile truffatore, ci mette un attimo a entrare nelle grazie e nel letto dell’algida Vittoria Vinciguerra.
In una girandola di colpi di scena e doppi giochi i due agenti comprendono che l’unico modo per arrivare in fondo all’operazione è mettere le rispettive abilità al servizio del collega improvvisato e imparare a fidarsi l’uno dell’altro.
Il ritmo e l’azione non mancano, il montaggio veloce, gli stacchi e l’uso dello “split-screen” in stile fumetto sono i marchi di fabbrica con cui il regista risolve in pochi passaggi scene che per alcuni colleghi sarebbero durate quarti d’ora, ma in questo film la leggerezza è il traino della vicenda e anche la questione morale di come trattare con un ex-torturatore nazista viene liquidata con una trovata che genera una grossa risata.
La storia, piuttosto convenzionale sulla carta, funziona perchè supportata da un cast affiatato: Henry Cavill si dimostra uno spiritoso rompiscatole e un impeccabile agente segreto con riferimenti non troppo velati allo 007 prima maniera di Sean Connery o al fascino elegante di James Stewart, e dire che il trentaduenne dalla carriera in ascesa deve il suo ingaggio alle defezioni di George Clooney prima, quando il film doveva essere diretto da Steven Soderbergh, e di Tom Cruise poi, che ha rinunciato per realizzare il quinto “Mission:Impossible”, appena uscito in sala.
L’altra metà della coppia di spie, l’altissimo ventottenne Armie Hammer, visto in “The Social Network” e “J. Edgar” ma anche reduce dal flop di “The Lone Ranger”, è molto bravo a calarsi nei panni di un sovietico in apparenza granitico ma che nasconde una grande quantità di rabbia legata alla propria infanzia e un cuore di ghiaccio che inizia a sciogliersi per la “fidanzata” tedesca: purtroppo nel doppiaggio italiano la sua performance è oscurata da un accento troppo marcato e a tratti caricaturale.
Il resto del cast può contare su un ritrovato Hugh Grant, che sebbene vistosamente invecchiato riesce a essere sempre spiritoso e sornione come lo ricordiamo, e soprattutto sul faccino di Alicia Vikander, la cui sorprendente interpretazione del cyborg Ava nel recente “Ex-Machina” la rende l’attrice più interessante di questo inizio di stagione.
Insomma, “Operazione U.N.C.L.E.” ha la sofisticata leggerezza per far passare una serata divertente agli spettatori e la potenzialità di generare qualche sequel; anche questa nuova spy-story è frutto della collaborazione con lo sceneggiatore Lionel Wigram, con cui Ritchie sta attualmente preparando un nuovo adattamento della storia di Re Artù e i cavalieri della tavola rotonda, che ci auguriamo almeno visivamente più vicina a John Boorman che al passo falso di Antoine Fuqua, ma che più probabilmente sarà una rielaborazione radicale, tesa a svecchiare il ciclo medievale, con lo stesso piglio sfrontato con cui si è reso rude e molto accattivante l’altrimenti flemmatico investigatore creato da Conan Doyle.

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