Non sono molti i registi italiani che godono di una buona considerazione all’estero e nel mercato cinematografico, ma tra i nomi di questa lista non si può non citare il romano, ma americano di adozione, Gabriele Muccino, che nel 2007 ha fatto guadagnare una nomination al premio Oscar a Will Smith per “La ricerca della felicità”, qui alla sua quarta regia di un film americano, dopo tre anni dalla sua ultima pellicola “Quello che so sull’amore, forse il suo film più sottotono. Con questo emozionante e coinvolgente film Muccino torna a parlare di un tema a lui molto caro, il rapporto genitori-figli, qui tra un padre e una figlia, che hanno le fattezze di Rusell Crowe e Amanda Seyfried (nella versione adulta del personaggio).

La vita famigliare della piccola Katie è perfetta, vivendo con due amorevoli genitori, ma tutto inizia a complicarsi quando in un incedente stradale, dove perde la mamma, suo padre Jake, affermato scrittore a cui è fortemente legata, inizia a soffrire di disturbi psico-fisici. Non riuscendo più a controllarli Jake è costretto a lasciare per un periodo Katie dalla zia per curarsi in un istituto speciale. 25 anni dopo Katie è un’assistente sociale che non riesce a legarsi stabilmente con nessuno, ma grazie all’arrivo dell’amorevole e passionale ragazzo Cameron, e di una bambina di cui Katie si dovrà occupare per lavoro, con un passato simile al suo nella sua vita Katie inizierà a cambiare il suo modo di rapportarsi con gli alti.

Il maggior punto di forza di questo film, come i precedenti di Muccino, è una storia che va dritta al cuore, ben congeniata e costruita su dialoghi possenti e fortemente emotivi, che qui non mancano. In questo caso lo script riesce ad affrontare anche tematiche toccanti, seppur non con particolari guizzi di originalità ma con un grande amore per la storia raccontata, e ad inquadrare tutti i personaggi in maniera chiara e soddisfacente, riuscendo a creare un forte legame di empatia tra spettatore e personaggio. E se il merito di tutto questo parte è proprio di una regia che si sa destreggiare con maestria, parte è merito di un cast nutrito di star che regalano performance toccanti e ben riuscite. Menzione speciale per il reparto femminile dal cast del film, dove le interpreti sono l’una il contraltare dell’altra, e si passa dai primi piani intensi e comunicativi di una molto convincente Amanda Seyfried, all’intensità di Diane Kruger, passando per una sempre più sorprendente Quvenzhané Wallis, per una grande Jane Fonda a cui bastano poche scene per catalizzare tutta l’attenzione su di lei e da segnalare è la debuttante Kylie Rogers. Russell Crowe invece si rivela molto adatto per alcune parti del suo personaggio, ma meno per altre, convincendo soprattutto nelle scene chiave del film, ma non mantenendo lo stesso profilo durante le scene in cui viene richiesta una partecipazione anche fisica per lo sviluppo del personaggio. Menzione speciale per il montaggio, che col suo ritmo serrato riesce a mantenere viva l’attenzione per tutta la durata della pellicola, intrattenimento raffinato, il cui forte impatto emotivo colma la carenza di originalità in alcuni, fortunatamente pochi, momenti.

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