LA RECENSIONE DI PAIN & GAIN ANDREBBE SCRITTA TUTTA COSÌ, IN CAPS LOCK GRASSETTATO.

Purtroppo non si può fare, per evidenti motivi. Eppure sarebbe quantomai appropriato: se il machismo fosse un’arte, Michael Bay sarebbe Leonardo da Vinci e Pain & Gain la sua Gioconda. È un complimento: per la prima volta da tempo immemore, il regista di Transformers si presenta in sala con un film che farà discutere, impossibile da liquidare come “la solita baracconata”.

Non che non lo sia: pur essendo stato presentato dallo stesso Bay come «la mia commedia indie low budget», Pain & Gain è eccessivo, ipertrofico, imbottito di steroidi, cafone e pacchiano – più di qualsiasi capitolo dei Transformers. Lo è a bella posta: racconta la storia (vera) di tre culturisti di Miami (Mark Wahlberg, Dwayne Johnson, Anthony Mackie) che credono «nel fitness e nel sogno americano»; stupide masse di muscolare misoginia che pensano di poter dare una svolta alla loro grigia vita architettando un piano criminale perfettamente a prova di idiota: rapire un facoltoso cliente della palestra dove lavorano, costringerlo a intestare loro tutte le sue proprietà, godersi la vita. Tra le cose che vanno storte: la loro totale incapacità di commettere reati, la loro totale incapacità di uccidere un uomo, la loro totale incapacità di costringere un prigioniero a firmare due carte, oltre all’entrata in scena di un investigatore privato (Ed Harris, sempre grande) che si mette sulle loro tracce.

Totale incapacità: è questo, paradossalmente, il tema portante di un film che ruota attorno a tre omoni giganteschi e apparentemente invulnerabili. Eppure Daniel/Wahlberg è un ignorante e un presuntuoso che si ispira ai deliri di un telemotivatore di quelli che solo in America (Ken Jeong, soprannonimato “prezzemolo”), Paul/Johnson un tontolone ex-carcerato convertitosi a un cristianesimo aggressivo e fatto di slogan e magliette di propaganda di quelle che solo in America, e Adrian/Mackie un fissato della forma fisica che a forza di steroidi ha reso inutilizzabile il suo… insomma, un’altra di quelle cose che solo in America. È tutto qui il fulcro di Pain & Gain, il perenne contrasto tra superomismo e impotenza, nonché la grande domanda sulle intenzioni di Bay: ci è o ci fa? La sua è satira o celebrazione?

Alcuni esempi per chiarire: i tre machi sono dipinti come semideficienti, con frequenti incursioni nella black comedy che sfocia nello slapstick, ma d’altra parte tutto il film è punteggiato dai loro voice-over, lunghi monologhi nei quali i tre spiegano le loro motivazioni, le loro speranze, le loro giustificazioni; il tentativo di suscitare simpatia o almeno empatia nello spettatore è evidente, né Bay fa granché per farci parteggiare per la vittima (un antipaticissimo Tony Shalhoub). Ma allora perché per tutto il film (due ore e dieci, decisamente troppo) aleggia la strisciante sensazione che l’unico personaggio davvero positivo, anche secondo il regista, sia quello di Ed Harris, ex poliziotto ritiratosi a vita privata, con deliziosa casetta e altrettanto deliziosa moglie al seguito? E per contrasto, perché tutte le donne di Pain & Gain – la co-protagonista Bar Paly in primis – sono dipinte come poco più che pezzi di carne ambulante, senza neanche uno straccio di indizio che faccia intuire una qualche forma di condanna verso la mercificazione del corpo femminile?

Intendiamoci: non stiamo dicendo che Bay abbia creato un capolavoro di chiaroscuri morali che fornirà cibo per la mente per i prossimi mesi se non anni – la leggerezza con cui il regista rappresenta (quasi glorifica) scene di tortura realmente avvenute basterebbe a squalificarlo da questo punto di vista. Piuttosto, è la sua inevitabile superficialità e attenzione alla forma rispetto alla sostanza che rende Pain & Gain così indecifrabile e paradossalmente interessante. Il modello narrativo è quello dei fratelli Coen, ma in versione for dummies: i già citati voice-over, un eccesso di didascalismo nei dialoghi, nessun dettaglio lasciato all’immaginazione. Ancora una volta: incapacità del regista di dare profondità all’opera o geniale satira?

Per fortuna, ed è qui che Pain & Gain rialza la testa ed esce tutto sommato promosso dall’esame, stilisticamente siamo in puro territorio Bay, con più di una spruzzata di Tarantino soprattutto nei trucchetti visivi (fermoimmagine seppiati, titoletti ironici in sovraimpressione): è tutto colorato, tutto eccessivo, tutto ridondante, con una scintillante Miami a fare da sfondo – spesso vengono in mente le prime stagioni di Dexter, a conferma che la Florida è un postaccio –, soggettive rubate a Crank, rallenty che farebbero impallidire Zack Snyder, finti piani sequenza presi di peso dalle scene più spettacolari di Transformers. Regia machista per un film machista, eppure il sospetto che Bay stia soprattutto prendendo in giro sé stesso e il suo cinema (il film si apre con uno slomo di Wahlberg che corre sputando e sbavando, e grande attenzione è posta sulle bolle di saliva che esplodono) rimane.

Probabile che il verdetto definitivo dipenda dai gusti e dalla sensibilità di ciascuno, e che molti non sopporteranno un film che non smette per un secondo di gridare in faccia allo spettatore. Resta il fatto, indiscutibile, che Pain & Gain è il primo film di Bay realmente interessante da… oddio, stavamo davvero per scrivere “da sempre”?

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Mi piace
La regia di Bay, adatta come non mai a un film del genere. I tre protagonisti, per quanto personaggi odiosi, mettono tutti loro stessi nel film. La storia, vera, è come minimo interessante.

Non mi piace
Il film è troppo lungo e troppo ripieno di trucchetti visivi e narrativi per non stancare (salvo riprendersi nel terzo atto con un’accelerazione improvvisa). Il modo in cui Bay ritrae la violenza ha un che di apologetico se non celebrativo.

Consigliato a chi
A chi vuole scoprire un Bay in qualche modo diverso, e ai fan delle commedie nere dei fratelli Coen.

Voto: 3/5

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