“Per amore vostro” (2015) è il secondo lungometraggio del regista di Pozzuoli Giuseppe M. Gaudino.
L’allegoria partenopea e il teatro scarpettiano ingeriscono e addomesticano una storia accartocciata e silenziosamente disturbante. In una Napoli dimessa e povera (di impianto e di presa visione) uno sguardo interiore regge una messa in scena slineare, sgrammaticata, vitrea e in offuscamento (quasi) totale di colori. Anna è Annarella per tutti quelli che conoscono il suo mondo e i suoi passi come tutti quelli che piangono la ‘disperazione’ di un lavoro inesistente e di un aiuto sempre da inseguire. La donna in bianco e nero ridesta gli occhi di una generazione scomparsa e di una famiglia li dentro che pare muta oltre il dovuto e dove un figlio che a gesti riesce a rincuorare il suo intorno. Una madre retro-ansiosa e piccola nell’interno di un nucleo miserevolmente opaco e sgusciante per un marito ‘ipocondriaco’ al potere e nullafacente nell’onestà che non gli sfiora affatto.
L’estasi dello sfiorire reale in un scoloramento cauto e igneo pone la pellicola nel trambusto visivo di una genesi anteriore tra le polveri vulcaniche vesuviane e il rigore (a rilento e solo ammiccante) verso una ripresa asciutta e essenziale (‘Stromboli’, 1950, di Rossellini è solo nel ricordo) o una commiserazione dei volti ripresi in un (ri)basso profilo che danno gusto ai linguaggi grafici del regista ma danno la sensazione di un retro-gusto amarognolo cercato con l’appiglio di ‘fuori-onda’ alla vera struttura narrativa: i quadretti da ‘viso’ colorato e ammantato da fumi generosi indicano un estraniare il tutto per un afflosciamento didascalico del circondario in cui vive la donna. E il parallelo con la sua vita ‘lavorativa’ (finzione nella finzione) riesce a non amalgamare il resoconto del suo profilo profondamente ansioso e un nervosismo nom giocato. Anna pare lì ad aspettare che scoppi ma il regista reprime, accantona, toglie e assenta le schermaglie per un’interpretazione veramente a tutto tondo. E’ la vera rivincita della Golino che riesce (magnificamente) a dare il là al suo personaggio oltre il limite di una storia che tende in alcuni frangenti ad essere languida e minima, debole e colorita, mistificata e tv-soap.
Anna è lì in casa incurante di se stessa e del suo stato di riscatto; il lavoro dietro le quinte in uno studio televisivo dove si recita continuamente e lei fa solo la ‘suggeritrice’ mostrando il gobbo ad ogni scena e a ciascuno ‘divo’ per quattro soldi. E’ il gioco diventa (ir)reale, in un nucleo ristretto tra un amico assillante (Ciro) e un amore elegante fino a uno scontro frontale con un marito padrone (Michele) e i figli da proteggere (con Arturo che tiene le redini del silenzio dalla nascita). In tutto questo le sfaccettature di Anna sono veramente molte e piace il suo sguardo tra il sognante e il grigiore quotidiano. Tutto può cambiare nell’affaccio verso il mare dove il colore alimenta e suggestiona: l’affabulazione ridonda qua e là ma la forza di Anna toglie il respiro allo spettatore e a tutti i personaggi attorno che vengono (quasi) ridimensionati nella pochezza del loro dire.
E in questo recitare assopito e intelligente, lento e virtuoso, la Golino ridà il verso alla recitazione (in grande) di Anna Magnani. Molti ne hanno parlato: e al primo apparire del volto di Anna e del suo intercedere e incamminarsi si pensa subito (e anche chi scrive ne ha colto i modi) a ‘Nannarella’ (e il diminutivo usato nel film di Annarella non è un caso) che ha dato il volto alla ‘sofferenza’ e alla ‘passione’ di una donna nella vita (si pensi al duo irripetibile di ‘Roma città aperta” di Rossellini e “Bellissima” di Visconti). Il bianco e nero sulla Golino dà il tocco di un (grande) cinema perso e di una stagione (da vedere) per un cinema da rinvigorire nella sostanza delle storie e nella recitazione degli attori (non solo come tecnica ma anche, e soprattutto, nel vigore ‘realista’).
Valeria Golino è stata premiata nell’ultimo Festival di Venezia con la Coppa volpi per la sua interpretazione (che risulta trascinante salvando, bene. Il film dagli intoppi e dalle cadute di stile). La regia riesce a intagliare il personaggio di Anna e a non disperdere la storia. La sceneggiatura più accurata avrebbe aumentato la qualità del tutto.
Voto: 6½ .

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