Immaterialità, invisibilità, virtualità, fantasmaticità, ectoplasmaticità, spettralità, astrattismo. Di che? Di tutto: dei nuovi medium & media, delle relazioni coi morti, dei rapporti social, del soggetto desiderante e identitario, del pubblico cinematografico, della Stewart e della sua carriera post-“Twilight”. M’anche, per contrappasso, recupero di corporeità, carnalità, sessualità, vitalità, sanguinarietà, concretezza. Tanatologia gemellare e, come rimedio, solipsismo “split”. Il cinema d’Assayas è altrettant’omogeneo e appiattito su questo doppio binario devoto in esclusiva alla sua musa d’Hollywood. Pezzo forte del film: le jarmuschane dissolvenz’in nero. Parola d’ordine per esorcizzare fischi e vaffa: “arthouse”. Cannes s’autopremia.

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