Distribuito dalla stessa Tucker Film che l’anno scorso aveva portato nelle nostre sale il giapponese Departures (Oscar nel 2009 per il miglior film straniero e piccolo caso nel nostro paese), Poetry è un altro film orientale (coreano per l’esattezza) che punta alla conquista del pubblico italiano. Un film drammatico e delicato al tempo stesso in cui la poesia (evocata fin dal titolo e protagonista indiscussa della pellicola) è costretta a convivere con la violenza di cui è intriso il mondo attuale. Un film in cui la bellezza deve fare i conti con la brutalità. E in cui l’innocenza si tinge inevitabilmente di perfidia. Protagonista del film è infatti una signora di mezza età che deve accudire il nipote adolescente (la madre vive in un’altra città mentre il padre sembra non esistere) e che, quasi per caso, s’iscrive a un corso di poesia. Da allora, spronata da un simpatico e dolce maestro, inizia a cercare la bellezza nella vita di tutti i giorni, cercando ispirazione nella luce che si dirada tra le foglie o nel vento che smuove i fili d’erba. Ma la vita è crudele e la donna dovrà presto accantonare la sua vena poetica per fare i conti con la malattia (scopre di essere malata di Alzheimer) e le brutalità umane (quelle del nipote ma anche quelle del vecchio che lei accudisce). Secondo una concezione dell’universo tipicamente orientale, il bene e il male sono due entità permeabili, due mondi antitetici dagli esili confini. E infatti, molto metaforicamente, nel film l’immagine iniziale (di morte: il corpo trasportato dalle acque) coincide con quella finale (di leggerezza: il cappello che galleggia su quelle stesse acque).
Sebbene Poetry sia ben recitato (si veda la toccante prova attoriale della protagonista Yu Junghee nome leggendario del cinema coreano) e ben scritto (non a caso ha vinto la pellicola ha vinto la Palma d’oro per la sceneggiatura all’ultimo Festival di Cannes), il film costruisce una lentezza un po’ troppo fine a se stessa che poco aggiunge al dramma solitario della protagonista. E inoltre, sebbene il suo stile visivo ruvido e realista descriva con efficacia la banalità del male incarnata dal nipote (adolescente dallo sguardo vuoto e senza senso di colpa) e la freddezza di quelle famiglie borghesi che preferiscono coprire le malefatte dei propri figli piuttosto che educarli, quello stesso stile non contribuisce a sottolineare il fascino lirico e poetico della storia. Una regia asciutta e sporca, ben lontana dalla visionarietà di quel cinema coreano – da Kim Ki-duk a Park Chan-wook – a cui siamo stati abituati in questi ultimi anni.

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Mi piace
L’attrice protagonista regala un’intensa interpretazione. E rende con grande realismo la figura di questa donna dall’animo puro e poetico che è costretta a sporcarsi con la volgarità della vita vera.

Non mi piace
Il film sconta un’eccessiva lentezza e una messa in scena visiva che poco esalta il lirismo della storia.

Consigliato a chi
A chi ama i film intensi e drammatici ma che anche velati di una profonda poesia.

Voto: 3/5

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