Più che brutto: pessimo. Il sottotitolo “Schifosamente. Ricchi. Viziati. Marci” v’applicato ancor prima a quest’autogol della regista danese. “The Riot Club […] farà per l’élite fighetta-antipatica-sprezzante […] quello che il Padrino ha fatto per la mafia. Raccontarne/denunciarne pericolosità, vizi e pessime abitudini, ma renderla affascinante, iconica, praticamente un mito, in senso classico e pop. […] Tutti i protagonisti sono […] di bell’aspetto (e si è notato che ‘quando al cinema uno carino è sempre in primo piano, si fa istintivamente il tifo per quello carino’, anche se poi da grande ti riduce in povertà, o altro) […] Il vostro prossimo film preferito con bei ragazzi” (Maria Laura Rodotà, Corsera). Peggio: “un filmetto per chi ha bisogno di avere dei buoni e dei cattivi, addirittura dei capri espiatori”, criminalizzando sì la lussuosa, elegante, altolocata esclusività, la ricca, spocchiosa, cinica arroganza, la brutale, spietata discriminazione socioeconomica, ma attribuendo ciò a un’upper class identificata non con la nostra borghesia arrivista e arrivata bensì con una fantomatica nobile aristocrazia che salda “God save the Queen” a “Wild Boys” dei Duran Duran. Anacronistico, autoassolutorio e pilatesco.

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