Premessa: Posh è il nome nobile di uno dei componenti del Riot. “The Riot Club” è, infatti, il titolo originale di quest’opera che rimanda, neanche troppo velatamente, a illustri predecessori come “The Emperor’s Club” e “Dead Poets Society”. “Posh” mantiene la struttura narrativa di quest’ultimo inserendoci con successo la cattiveria che “The Emperor’s Club” non riuscì a restituire allo spettatore.
Ma perché non tenere il titolo originale? Perché “Posh” è, come già detto, il nome nobile che il protagonista deve portarsi dietro. Un nome che si rivela un fardello. Un fardello che dei poco più che ventenni portano sulle spalle molto volentieri.
Il film è tratto dall’omonima opera teatrale di Laura Wade, che qui è presente in veste di sceneggiatrice. Scelta azzeccata in quanto la sceneggiatura spoglia piano piano le sicurezze di questo gruppo di ragazzi arroganti e viziati, che alla lunga sono costretti a sparare in faccia allo spettatore una serie di motivazioni politiche e sociali secondo cui la rovina del loro paese è dovuta alla classe medio-bassa. “È questo che vi insegnano al college?” chiede il proprietario di un pub dove il club va a fare baldoria. “A dire il vero sì” risponde uno dei componenti. Coraggiosa la feroce critica mossa alla classe ricca. Viviamo in un mondo dove le persone vengono educate in base alla loro classe d’appartenenza. Non sono ammesse le scalate sociali così tanto agognate dalla gente povera. Coi soldi si può comprare tutto. E chi prova ad opporsi finisce male. “Lottiamo per sopravvivere” dice lo zio, ex presidente del club, al protagonista. Ci si aiuta. Non ci si perde mai di vista. Tutti per uno e uno per tutti.
Il film mostra le esagerazioni dei giovani protagonisti, interpretati da un ottimo cast tutto inglese. Poi arriva la critica sociale e infine la tragedia. Allora si trema, perché c’è la possibilità che si abbandoni la strada che la regista aveva intrapreso finora. Bisogna sperare che non si sia optato per il solito finale melenso che accontenta tutti. Ebbene, tutto va per il meglio. Il finale prende una posizione netta e decisa. È spietato, lascia l’amaro in bocca. Sembra non esserci via d’uscita: la società è marcia per convenienza. E noi non possiamo farci niente, perché chi comanda ovviamente è a posto. Sta bene. Nessuna possibilità di una scalata sociale. E anche se ci fosse, sarebbe tutto inutile. Iniziano i titoli di coda. Applausi.

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