Quando comincio a scrivere è un caldissimo pomeriggio estivo, non l’ideale per essere di buonumore. Anzi, non lo sono proprio, e il ventilatore non mi allieta a sufficienza. Eppure, nonostante il malumore, qualcosa mi spinge a scrivere bene di questa pellicola, che rapisce lo spettatore fin dall’inizio, grazie a una regia lineare e pulita, nonostante il metodo utilizzato.
La storia è semplice e immediata: 3 giovani imbranati e smaniosi di diventare “famosi” tra i compagni di scuola, un nugolo di persone in procinto di diventare più di mille all’interno di una festa epica destinata a imperitura memoria, la promessa (mantenuta) di “un mare di gnocca”, una casa da “sbranare” insieme a litri di alcolici, centinaia di pasticche e tanta erba da far impallidire Jack Herer…
Nourizadeh e Todd Phillips mischiano diversi mazzi delle migliori carte “trashpop” americane e si lanciano, grazie all’ausilio del sempre interessante found footage, che dopo Chronicle sembra aver preso nuovo vigore, in un’impresa importante, come la festa descritta. Tutto in una notte, la notte del delirio assoluto, della psichedelia sintetica, dei “nani da forno” e tanto altro… la notte in cui un intero quartiere è vittima di una conquista barbara da parte dell’anarchia assoluta. Una sorta di Gotham City dove i Joker della situazione sono tre ragazzini sbarbati che vogliono solo festeggiare un compleanno, senza nemmeno riuscire ad immaginare quello che potrà succedere quando le luci si spegneranno e si tornerà alla realtà. Una pellicola altamente degenerativa, dove ogni minuto è sempre più basso (o più alto, punti di vista) di quello precedente.
Un’idea obsoleta, ma un metodo di narrazione che la rende più interessante di quel che realmente sarebbe, 3 attori giovani che recitano bene la loro parte, e alcuni spunti molto interessanti che rendono realistica tutta la narrazione. L’abuso di sostanze “illegali” non è la chicca, bensì la è la superficialità e la naturalezza con cui vengono utilizzate, a puro scopo ludico, quasi a rivivere le emozioni degli anni 70 e della beat generation, ormai troppo lontana ma non ancora completamente dimenticata. Sesso, droga, ben 2 dj che spingono musica “giusta”, tette e culi a manciate buttate lì su tavoli e divani e il piatto è servito. Perché il trucco del successo è proprio questo, la leggerezza con cui la pellicola volta le spalle al buon senso. In un regime di completa anarchia, il pregio della sceneggiatura è anche quella di evitare il colpo ad effetto finale. Nessun dramma, la festa viene soppressa nella maniera più naturale possibile, e la gloria degli ideatori sarà salva. Addirittura il proprietario della villa distrutta accennerà un moto di invidia per la festa appena svolta, roba da fare accapponare la pelle.
Qualcuno mormorava: “è come guardare American pie… ma da strafatti”… e il senso è proprio quello. Project X non ha la carica di ironia che hanno altri film a lui accostati, come appunto American Pie o Una notte da leoni, ma ha qualcosa di più. Ha la plausibilità, che di questi tempi, per una “trashcom” non è mica da buttare.

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