Il tanto atteso “Prometheus” intenzionato a ridefinire la saga di “Alien” grazie all’enorme potenzialità di un progetto che si voleva originale e ambizioso, delude le aspettative.
Opera di fantascienza all’avanguardia (il 3D è elegante ed efficace) con una forma impeccabile e un raffinato apparato figurativo, è incapace (ahinoi) di innovare in modo significativo l’immaginario di provenienza, e al tempo stesso non riesce a fondere in modo risolto ed equilibrato molti aspetti realizzativi propri. Era arduo replicare, perlomeno con la stessa magia espressiva, il geniale mix di idee ed elementi fantasy-horror che negli anni ’80 rifondava la fantascienza. Ma dispiace che di questo film, alla fine, si riesca a salvare ben poco. “Prometheus”, a metà tra reboot e prequel, è uno spettacolo godibile, ma un’opera diseguale e imperfetta, che deve molto all’apparato immaginifico, ricco di suggestioni; ma quasi nulla alla sostanza, povera di una struttura coerente e intensa.
Tecnicamente e stilisticamente ogni aspetto è spettacolarizzato in modo estremo e curato: gli effetti speciali visivi straordinari, la fotografia evocativa, le musiche eteree, il montaggio serrato, paesaggi e scenografie visionarie, l’iconografia futuristica della serie (affidata di nuovo all’artista surreale Giger), la rilettura di vecchie e nuove figure mitologiche, e tanto altro. Ma dietro questa magniloquenza, si avverte però confusione e tante e mal coese linee guida. C’è una linea guida che prende a pretesto la storia per rispondere ai grandi interrogativi filosofico-esistenziali, un’altra che punta solo sull’azione; una che mira alla saga da cui attinge l’essenza per spiegarne gli antefatti, un’altra che ne prende le distanze; una che spera in una nuova serialità, un’altra in un’opera con una sua propria autonomia. Insomma c’è una continua sconnessione tra un piano e l’altro, e addirittura anche un dislivello dentro gli stessi piani (tante e grandi domande ma poche e fragili risposte; aspirazioni metafisiche ma impantanamento nel banale; vari livelli di lettura della storia ma tanta incoerenza narrativa). Verbosità e concetti filosofici invalidano l’opera. Solo la parte relativa all’azione resta un po’ coinvolgente.
Il regista avrebbe voluto reinventare il mito della creazione. L’avrebbe voluto fare attraverso le novità di un’opera originale nella narrazione, nello stile, nei concetti. Ma, purtroppo, non raggiunge l’obiettivo. La ricerca delle origini della vita oscilla tra scienza e fede, creazionismo e darwinismo, misticismo e spiritualità, ma tutto si regge su un piano di superficialità e vacuità. Persino la sceneggiatura è priva di fascino. Quest’ultima è stata trattata con disarmante schematicità: è più interessata alla messa in scena che allo sviluppo, non dà approfondimenti narrativi, offre dialoghi deboli ed esili personaggi, ha troppi buchi e leggerezze. Dove sono finite le atmosfere e le sensazioni di vera angoscia e paura, tensione e claustrofobia di “Alien”? Dove ritrovare la semplicità, complessa e allegorica, del film del ’79? E l’asciuttezza della sua storia e dei suoi dialoghi?
La pellicola si perde nella ricerca dello spettacolo, dell’effetto plateale e crolla sotto il peso della sua ambizione. E alla fine l’unico interesse è solo nell’immaginifico apparato visivo che perlomeno, a volte, regala allo spettatore momenti davvero memorabili, come l’evocativo incipit o l’ultima sequenza, molto suggestiva. Ma “Prometheus” rimane un’ occasione mancata.

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