“Non è una cosa facile incontrare il proprio artefice. Può l’artefice ritornare su ciò che ha fatto?” Si domandava l’androide Roy in Blade Runner e Ridley Scott continua ancora a chiederselo in questa pellicola che, apparentemente, sembra essere un prequel di Alien. Scott si riannoda, però, più ai temi del suo capolavoro assoluto del 1982, che ha indubbiamente segnato la fantascienza contemporanea, che al suo primo sci-fi del 1979 che ha per protagonista l’alieno xenomorfo e la temeraria Ellen Ripley.
2093. Su un pianeta sconosciuto, apparentemente simile alla Terra, una creatura aliena, simile ad un titanico essere umano, ingurgita un fluido nero organico e biologicamente attivo, a causa del quale inizia un processo di disintegrazione della sua struttura molecolare e di ricostruzione del DNA, che sembra riassemblarsi mutando in quello di una nuova specie.
Scozia, 2089. Gli archeologi Elizabeth Shaw e Charlie Holloway scoprono, sulla parete di una grotta, una mappa stellare in una pittura murale, simile a quella rinvenuta in altre testimonianze di culture antiche non collegate tra loro. I due pensano che si tratti di un invito da parte di quelli che chiamano “ingegneri”, i creatori del genere umano. Convinto dalla loro teoria, Peter Weyland, l’anziano e malato presidente della Weyland Corporation, finanzia il progetto di una nave scientifica, la Prometheus, destinata a raggiungere l’unico luogo indicato dalla mappa ritrovata duranti gli scavi. Nel 2093, l’equipaggio della nave, che viaggia in ibernazione, viene risvegliato dall’androide David, supervisore di tutte le operazioni, poco prima dell’arrivo sulla luna LV-223. L’autorità di controllo della missione, l’algida signorina Meredith Vickers, ordina all’equipaggio di non entrare in contatto con esseri alieni durante le loro esplorazioni. L’equipaggio della Prometheus, ovviamente, troverà qualcosa di diverso da quello che si aspettava.
Si tratta di una pellicola visivamente solida, in cui il 3D è sfruttato in ogni momento, e dove la profondità degli esterni e degli interni viene percepita dallo spettatore in maniera pulita, quasi intima. Non siamo di fronte ad un’atmosfera claustrofobica come poteva essere quella di Alien (né ai bellissimi effetti speciali del genio visionario di Giger), perché Prometheus non si pone, inizialmente, come un horror di matrice sci-fi, ma come una pellicola di riflessione filosofica sulla scia di Blade Runner. Purtroppo Scott non resta fedele alle premesse iniziali e farcisce il suo piatto unico con troppi ingredienti indigesti per chi si aspettava fantascienza di ben altro livello. Se visivamente è un regista ancora in grado di stupire e rinnovare il linguaggio cinematografico e l’utilizzo del 3D, a livello di script, nel complesso, ci troviamo dinanzi ad un’opera alquanto deludente, incapace di portare avanti in maniera anticonvenzionale gli interrogativi alla base dello sviluppo narrativo. Scott attinge a piene mani, quasi come se si stesse autocitando, dal suo Alien, riproponendo una nuova versione di Ripley nella dott.ssa Shaw (una Noomi Rapace molto simile alla Weaver) e anche l’androide David è assimilabile, come aspetto e funzione, all’interno della missione, al personaggio di Ash nella pellicola originale del ’79.
Ma non c’è soltanto questo in Prometheus: si ha l’impressione di assistere a continui rimandi a 2001:Odissea nello spazio e pensare ad un accostamento di questo tipo è lecito, considerando che entrambi i film, a distanza di decenni, sono sorretti dalla medesima tesi deista di fondo. David è una versione umanizzata di Hal 9000 anche se sembra molto simile al Roy di Blade Runner. Al contrario, il personaggio che ha più affinità con l’androide che poeticamente desiderava vivere più a lungo di quanto gli fosse concesso e che si disperava per tutti i suoi ricordi perduti nel tempo (“like tears in the rain”), è proprio l’anziano Weyland (un irriconoscibile Guy Pierce) mosso dal desiderio impellente di conoscere i suoi creatori, anelando all’immortalità. Ma se Roy riusciva ad uccidere il suo creatore Tyrell, difficilmente Weyland può riuscirci. Probabilmente perché la ricerca della propria origine, lo svelamento del principio di noi stessi, richiede qualità e approcci differenti da quelli che può avere un androide programmato
dall’uomo. Il pericolo, se cerchiamo ossessivamente la nostra causa efficiente non volgendo prima lo sguardo verso noi stessi, è quello di trovare qualcosa al di sopra delle nostre facoltà, di inconoscibile e con il quale non riusciremo a interagire. La pellicola rimane con l’interrogativo di Shaw che sta ancora cercando la sua origine e il fine a cui deve tendere la sua esistenza, rincorrendo i suoi “creatori”. Quello che Scott cercava di comprendere in Blade Runner e che faceva porre allo spettatore il problema del rapporto tra soggetto e oggetto, adesso sembra risolversi così semplicemente e banalmente in una ricerca di Epimeteo, il titano del ripensamento, più che di Prometeo, il più famoso titano della preveggenza che consegnò il fuoco agli uomini, vedendoli indifesi in un ambiente ostile. I personaggi di Prometheus, spinti dalla convinzione che Ex nihilo nihil fit (cit. Lucrezio, De rerum natura), tentano di risalire alla loro creazione, portando timidamente alla luce un interrogativo stimolante, ma che, considerate le capacità non comuni di Scott, poteva essere sfruttato in maniera migliore. È, però, evidente che in lui non ci sia alcuna intenzione di definire una realtà che svela realmente una meta finale in cui deve realizzarsi, ma solo quella di dare allo spettatore ciò che si aspetta di vedere, senza fare eccessivi sforzi, nè razionali, nè intuitivi.
Ci sono due tipi di fantascienza: una esplorativa, e che analizza il rapporto con ciò che l’uomo percepisce della realtà in maniera sempre superficiale, e una speculativa, molto più complessa e di difficile fruizione, a cui appartiene, ad esempio, il Solaris di Tarkovsky. Citando, a questo proposito, il saggio Snaut di Solaris, è utile soffermarci su una questione: “Non abbiamo bisogno di altri mondi: abbiamo bisogno di uno specchio. Ci affanniamo per ottenere un contatto e non lo troveranno mai. Ci troviamo nella sciocca posizione di chi anela una meta di cui ha paura e di cui non ha bisogno. L’uomo ha bisogno solo dell’uomo![…]Ma perché andiamo a frugare l’universo quando non sappiamo niente di noi stessi?”
Con le sue precedenti pellicole e soprattutto con Blade Runner, sembrava che Scott volesse collocare i suoi lavori nel secondo dei due filoni, ma, aderendo ai bisogni del pubblico e alle nuove esigenze dei nostri tempi, ora possiamo esser certi della sua inversione di rotta verso la fantascienza esplorativa, infarcita di dei ex machina, nette distinzioni tra buoni e cattivi, sacrificia in extremis, cliché e battute ironiche ben piazzate per smorzare la tensione. Un rammarico resta nei cuori dei cultori di fantascienza: Ridley Scott era il padre cinematografico di Blade Runner, ma da guida e fondatore di un genere, è diventato vittima della sua degenerazione. Chi è rimasto, ora, per risollevarci da questa rovina?

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