La commedia è un genere che da sempre si nutre di paradossi e situazioni borderline, e la storia raccontata in Quel bravo ragazzo rientra in queste categorie: Leone, un 35enne dal quoziente intellettivo più basso di quello di un bambino, si scopre unico figlio di un potente boss mafioso, ritrovandosi, dopo la morte del vecchio, candidato numero uno a diventare il prossimo Capo dei capi.

Il regista e sceneggiatore Enrico Lando affida il ruolo a Herbert Ballerina, che ha dimostrato più volte, nella sua esperienza da “braccio destro” di Maccio Capatonda, di essere ben disponibile a interpretare soggetti demenziali. Qui incarna una sorta di lontan(issim)o parente di Forrest Gump, un’anima pura e ingenua che con il suo candore mette a soqquadro il mondo della mafia. Il suo Padrino imbranato è una figura utilizzata come strumento dissacratorio e parodistico di tutti gli stereotipi che regolano il filone gangster, dagli incontri con trafficanti di droga colombiani alle faide con clan rivali. Comiche provocazioni tra cui si inserisce persino un’app ideata per semplificare la “dura” vita del mafioso medio…

Non aspettatevi, dunque, il mix tra ironia e giornalismo tipico dei lavori di Pif, per restare in tema mafia, ma nemmeno lo spirito satirico e impertinente di Italiano medio di Capatonda, che puntava a farsi critica degli usi e costumi dell’Italia di oggi. I toni di Quel bravo ragazzo sono molto più leggeri e riprendono le gag senza cervello che hanno definito la carriera della Maccio Squad. In termini di risate, è sia un pregio sia un difetto: da una parte, infatti, il film regala più di una trovata simpatica attraverso le dinamiche tra il protagonista (il bene) e un ambiente che vive di regolamenti di conti e corruzione (il male); dall’altra, il ritmo è ancora troppo ancorato ai singoli sketch e quindi discontinuo.

Ballerina, nel suo esordio da primo attore sul palcoscenico, fa ciò che gli viene richiesto e il suo Leone riesce a cavarsela violando anche la più piccola regola della “scuola dei boss”. Più che il Capo dei capi, è il Capo degli idioti, ma il suo cuore è limpido e ciò, in qualche modo, lo rende un vincente.

Mi piace
Il modo con cui ci si fa beffe della tradizione mafiosa.

Non mi piace
I tempi comici altalenanti.

Consigliato a chi
È un fan dei lavori di Maccio e soci.

 

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