“Coming of age story for YA” appartenente alla sottocategoria del “teen cancer movie”, ha una poetica indistinguibile dal Van Sant de “L’amore che resta” (2011), ma pure da “50 e 50” (2011) e “Colpa delle stelle” (2014). L’originalità latita, l’emozione è artefatta quanto nella fiction Rai “Braccialetti rossi” di quest’ultimo biennio, il contrappeso della pàtina mumblecore non reca giovamenti, la soundtrack di Brian Eno non apporta valore aggiunto. Secondo me la chiave di volta è prettamente cinefilica: le ripetute citazioni de “I quattrocento colpi” (1959) con l’Antoine Doinel di Léaud servono a riproporne la morale di piccolo cabotaggio: in perdurante regime di mortalità, bisogn’imparare ad ammazzare il tempo finché il tempo non ammazza noi. E Truffaut col suo alter ego sullo schermo lo fece dedicandosi alla passione per il cinema e la letteratura (in quello specifico caso per Balzac). I 3 protagonisti d’Alfonso Gomez-Rejon, alla sua seconda prova registica, esorcizzano la finitudine con un espediente culturale, e più coi film (e 42 loro remake) che coi libri. Tanto basta per innescar’il tripudio del Sundance. Siam’ancora alla tesi di laurea di Luciano Anceschi pubblicata nel ’36: “Autonomia ed eteronomia dell’arte” (https://books.google.it/books?id=6Po3AAAAIAAJ). Qui l’element’estetico non è autoreferenziale ma vien’usato per attenuare l’attenzione sul dramma dell’esistenza, e ci può stare poiché non siamo noi a scegliere la nostra natura bensì viceversa, e chi sinora, come “rapporto di minoranza”, s’è trovato con un’indole che l’ha spinto alla ricerca d’alternative radicali, non ha ancora trovato nulla. Perciò “a ciascuno la sua chimera” (cit).

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