“Quello che so di lei” (Sage femme, 2017) è il sesto lungometraggio dell’attore-regista francese Martin Provost.
Una levatrice (traduzione del titolo originale) è Claire: donna che vede la vita nascere tutti i giorni. Il suo nido e la sua forza si trovano dentro il contatto umano con le madri e i loro bisogni. La vita professionale addomestica e addolcisce la sua vita famigliare: una madre inesistente, un padre e il suo abbandono famigliare, un marito e una tragedia, un figlio Simon che vorrebbe copiarla.
In un continuo andirivieni casa-ospedale, nel mentre la situazione lavorativa diventa difficile per la chiusura del reparto maternità, Claire incontra dopo molti anni Bèatrice, la donna che ha diviso i suoi genitori: suo padre andò con lei. Béatrice è malata ma il suo spirito vitale è forte: è battagliera; Claire invece appare smorta e con poco entusiasmo. Donne opposte: la vita ospedaliera incontra uno sguardo remissivo mentre la morte che si avvicina è a fianco di energie mai sopite. Il mondo degli incontri-scontri e degli ossimori non conclusi si avvicinano, si allontanano, si beccano e, forse, addolciscono le loro posizioni.
Film cosiddetto ‘medio’ con una produzione al pari: la recitazione giornaliera, l’ovvietà delle cose e le considerazioni ordinarie (stereotipate e che t’aspetti) in una Parigi di contorno e in una campagna francese isolata e silenziosa dove la Senna sorveglia le vite e da respiro ai sogni e ai loro piccolo orticelli. Un’andare ondulato e placido con il vino che percorre ogni incontro o spaesamento e le chiacchiere casuali con un vicino ridestano una voglia di riprendersi il proprio destino.
‘Cosa preferisce un francese, un italiano o uno spagnolo …’. Il consiglio del cameriere di sala per un vino d’oltralpe invece di un buon lambrusco. Ecco che il cibo o una sosta spensierata danno a Beatrice nuova linfa. ‘Sai che non puoi mangiare carne rossa e tantomeno fumare…’: i consigli di Claire a Béatrice da doveri diventano comprensivi per poi essere leggeri e quasi spariti. Claire ridisegna la sua vita con Paul (il suo vicino d’orto) quasi senza accorgersene. Un trasportatore in Tir dove la fuga è sempre in agguato: e prima che il gioco diventi tragico Beatrice vuole vivere ancora per una guida del mezzo pesante. Una sincronia tra volti appassiti e rughe dismesse. I tre si divertono in una fuga dalla vita (per non incontrare la morte).
Le note e le canzoni di Serge Reggiani rapiscono il cuore di Beatrice mentre si isola dalla sua malattia per far riemergere il suo bel passato. E l’incontro tra le due donne dona un conoscenza segreta, arrivano le diapositive del nonno di Simon: il nipote rientra all’improvviso e nell’aprire la porta della camera taglia le immagini dell’uomo con i baffi proiettate sulla parete vicino all’entrata. Simon si è fatto crescere i baffi e la somiglianza con l’uomo atletico e campione di nuoto appare evidente. Beatrice ascolta le sue parole verso sua madre e della dolce attesa della fidanzata. ‘E’ un maschio..’ dice. ‘Guarda mamma si vide il coso…’. E Beatrice conferma ai dubbi della madre Claire mentre vedono le foto della gravidanza. Simon felice lascia le due donne riceve un bacio (inaspettato e soffice) sulle labbra da Béatrice. Un destino che si chiude. Poi fugge da se stessa mentre la Senna si riprende le spoglie di tutti e anche la vita di una donna acida e vitale, cocciuta e scostante. La saggezza di Claire è (forse) riposta nel suo nipote che sta arrivando.

Chaterine Deneuve (Béatrice) e Chaterine Frot (Claire) donne in prima fila che reggono i personaggi fino alla fine: i loro mondi che si raccontano tengono in modo giusto e intanto si riflette sulla contesto lavorativo e le problematiche di una società difforme e poco attenta. Senza attenzione al futile nel film vediamo veri parti e veri incontri con un disincanto che difficilmente riusciamo a vedere(ci) prima dell’Oltralpe. Una malinconia continua fino al finale in attesa di un nipote. La Senna simbolo di lavacro della vita: solo da attraversare. Alcune immagini di troppo e inutili parole. Il finale (doppio) è da romanzo.
Chi sa se il titolo in italiano è un omaggio al cinema di Jean-Luc Godard (‘Due o tre cose che so di lei’ di cinquant’anni fa)? Il regista racconta se stesso omaggiando la levatrice per la sua venuta al mondo.
Voto: 6½/10.

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