Questi giorni” (2016) è il decimo lungometraggio del regista marchigiano Giuseppe Piccioni.
‘Questi giorni sono passati e non è successo niente ma è cambiato tutto.’
Una frase quasi risolutiva e marcante di un film che dopo centoventi minuti riesce sonnecchia-mente a stancare (in un’ultima parte soprattutto) volendo dire molto ma in realtà non riesce a bucare lo schermo e dare emozioni sincere.
Un on-the-road che arriva a Belgrado di quattro ragazze (Caterina, Liliana, Anna e Angela) alla ricerca di una (vera) vita, di se stesse e (forse) di un’umanità adulta da verificare. Le intenzioni delle protagoniste è anche di conoscersi meglio e noi con loro con un approccio registico di ricerca sugli sguardi, sulle semplicità giornaliere e sul confronto costante pieno di frasi ora appropriate ora lungamente inutili per una storia che prende molte visuali e facce da raccontare lasciandole a se stesse senza un perché. Queste figure sono prettamente maschili: un padre ciarliero, un fidanzato che ritorna, un altro fidanzato che aspetta, un fratello prete che non ha risposte, dei ragazzi stranieri fugaci, un innamorato inutile.
Gli incontri avvengono nel loro percorso, cercati per caso o per voglia di conoscere, con approcci diversi e con sottotracce alquanto modeste per chi guarda: un congegno di incastri narrativi languidi, semplici e con un acchito puramente formale. Tutto nuoce per una narrazione che non riesce a prendere il largo e a sfogare(si) con se stessa. E da ciò i personaggi sono lì, statici o quasi, con immagini col soppianto del rallenty non voluto e voluto e una colonna sonora (certamente aderente alle immagini ma) che non trova vera corrispondenza emotiva riuscendo a non incidere per la ripetitività del refrain ‘filmico’.
Caterina è l’anima pensante secondo il regista: è quella, contro, è sola, non è contraccambiata. legge Maupassant e non si unisce facilmente. Il suo guardare scorbutico e asettico vorrebbe far pensare e coinvolgere il pubblico (un deserto di sedie vuote per pochissimi che guardano) per dare il senso al suo viaggio e alla cerca della sua amica lontana. E le sue amiche sono con lei e pensano di andare con lei per affetto e altro ma in una Belgrado di oggi (‘non cadono più le bombe..’, ‘sono passati già quindici anni’ risponde la figlia alla madre angosciata) non trovano altro che girovagare vanamente e alzarsi le spalle a vicenda o ritrovarsi disperatamente in uno sfogo di contatti.
Malattia nascosta, amore difficile, gravidanza ansiosa, lavoro perduto, laurea agognata, rapporti acidi, madre possessiva, professore disperato, padre spaesato, fidanzati lunatici, amici perdenti. Un pianto arriva, un sorriso strozzato, una vita di scarico e un peregrinare ottuso. E uno zaino lasciato per terra saluta la disfatta di ognuno mentre il turista si illude che lo sguardo sincero conquisti. Tutte sono sole senza intermediazione: un disperato mondo di frammenti, troppo cocci che il regista fa fatica a tenere in contatto per un excursus credibile e una sequela di episodi che sono lì vuoti e distacca(n)ti. Ecco in tutto questo susseguirsi manca al film quella leggerezza di racconto e quel silenzio ridente per scalfire il presente e pensare ad un domani (forse) più radioso. Una festa di volti affranti senza una luce di ritorno dove i lumini accessi sono pure troppi e il soffio delle ragazze non spegne il loro compleanno ma neanche la fine del film che continua (purtroppo) con (ancora) frasi fuori campo e elucubrazioni mentali di spiegazioni con parole ripetute e copiate che lasciano il non-senso a (molte) strade possibili.
Le frasi pensanti (quasi epocali verrebbe da dire) riescono anche a far sorridere perché poco incisive e alquanto sbiadiate nella retorica in se: riescono a stare tremendamente e banalmente per terra mentre il regista aveva posto ben altre attenzioni al suo racconto cinematografico.
Il professore balbuziente è quasi sintassi narrativa delle ragazze balbuzienti sul da farsi. Non fanno nulla dice…ma il vuoto da trasmettere è un misero compitino filmico privo di emozioni con una durata sovraesposta per uno spettatore che guardando l’orologio dopo un’ora pensa alle scene madri…nessuna e il fare …i capelli della Buy ci sembra un ‘tarocco’ di teste di ben pensanti o anziani o ragazze o giù di lì che non sanno cosa dire. Si sentono belle madre e figlie inutilmente davanti alla cinepresa per un selfie per noi.
L’appoggiarsi sulle spalle, ora al prete, ora all’amica, ora al professore, ora al turista, pare un gesto troppo insistito come la lacrima di ognuno per gli altri che non ritrovano il pubblico in sala. Un film quindi che delude in parte le aspettative con attori di contorno (tipo Rubini) sfruttati poco e con epiloghi a scelta. Costantemente lineare e alquanto bagnato di una leggera pioggerella a, mai una movimento interiore vero, mai una tempesta di cuori e di mani: il regista Giuseppe Piccioni disegna la sua storia in modo prettamente calligrafico con un compito di ripresa senza nulla di fuori dal contesto.
Margherita Buy (Adria) riesce facilmente nel personaggio di madre a mettere tutte d’accordo su una recitazione credibile; per Marta Gastini (Caterina), Laura Adriani (Angela), Maria Roveran (Liliana) e Caterina Le Caselle (Anna) con il loro peregrinare è tempo di aspettare un ‘domani’ per meglio paragonarsi.
Voto: 5+/10

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