Una carrozza trainata da cavalli incoronati scende i vicoli all’ombra del Vesuvio e deposita due neo-sposi ai cancelli di una villa: un volo di colombe, due paggetti in abiti ottocenteschi e la musica “cenerentolata” di Alexandre Desplat. La favola è un matrimonio di gruppo in cui l’ospite d’onore (con slogan-maledizione: “Never give up”, “mai mollare i sogni”) è un residuato del Grande Fratello, che sbarca e riparte in elicottero. Finita la festa, si torna a casa: quartieri popolari di Napoli, cortili immensi, balconi a strapiombo e una pescheria. La possiede e conduce Luciano (Aniello Arena, attore-detenuto, bravissimo), volto da Pulcinella e animo candido ma irrequieto, con vizi da commediante: alle feste si traveste da vegliarda per divertire i commensali. E poi una moglie che fa la rappresentante (di un robot da cucina, enorme e grottesco), due bimbi, e il resto della famiglia – zie, zii e nipoti – entro i confini del giroscale.

Fatte le presentazioni, inizia la storia. E come in un ribaltamento del viscontiano Bellissima, qui sono i figli ad architettare sogni di fama per i padri: in un pomeriggio da centro centro commerciale, tra un Calzedonia e un ipermercato, spinto dai bimbi Aniello tenta il provino per entrare nella Casa. L’idea attecchisce fin troppo bene, si impunta nella testa e diventa un’ossessione. Da lì in poi le cose non fanno che peggiorare. Anche perché, dopo il secondo provino, a Roma (con movimento di macchina-didascalia: “Povera Cinecittà!”), sembra fatta: “Ho parlato con lo psicologo più di un’ora”, racconta Aniello tutto orgoglioso alla famiglia, “e gli ho raccontato cose che nemmeno al mio papà…”. Ma il colloquio non ha seguito e la psiche di Aniello va in pezzi: convinto di essere spiato da emissari-Mediaset che devono decidere del suo futuro, inizia un restyling telegenico della sua esistenza: pescheria venduta, ristrutturazione di casa e un’improvvisa passione per atti di carità e mendicanti, in una matassa sempre più arricciata e irrisolvibile di morale cristiana e morale catodica. Finale-sogno raggelato, quasi kubrikiano, e – in ultimo – tronco: significa tutto e non significa niente.

Neo-realismo aggiornato ai tempi dei Reality: parlare della società, oggi, è (come) raccontare una favola. Il titolo del film di Matteo Garrone è tutto un programma: la decadenza si misura con la qualità dei sogni, e quelli di oggi sono di terza e quarta mano. Fellinate, Commedia dell’Arte (sopravvissuta, ma rimasta senz’arte né parte), carinerie e “francesismi” registici, virtuosismi funzionali a decrivere gli spazi della città.
Stride, però, questo moraleggiare sul buono e cattivo gusto, salendo su piedistalli autoeretti: non è affatto chiaro dove finisca l’empatia, lo slancio umanista e inizi la predica. Dove finisca la commedia e inizia la satira. Che sia un bene? Mah. E’ comunque un cinema d’autore italiano che sa farsi valere anche all’estero, di questi tempi cosa rara, e lo applaudiamo volentieri.

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Mi piace
L’idea di un cinema che disvela le miserie della realtà usando i cliché delle favola

Non mi piace
Lo sguardo di Garrone non è affatto neutro come potrebbe sembrare, aleggia l’ombra di una condanna a priori sui suoi personaggi

Consigliato a chi
A chi cerca un cinema italiano d’autore di livello internazionale, come il Gran Prix vinto a Cannes dimostra (nonostante l’intercessione del Presidente di Giuria Nanni Moretti…)

Voto:
3/5

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