Non, non, non, non, guardare cosa c’è davanti a te | (Stivali, stivali, stivali, stivali, di nuovo su e giù) | Uomini, uomini, uomini, uomini, uomini impazziscono a guardarli | e non c’è congedo in guerra! | Conta, conta, conta, conta i proiettili nelle bandoliere | Se i tuoi occhi calano, ti colpiranno! | (Stivali, stivali, stivali, stivali, che salgono e scendono di nuovo) | Non c’è congedo in guerra!. Quello qui riportato è un passaggio della poesia Stivali di Rudyard Kipling che ha accompagnato l’uscita di 28 anni dopo, il nuovo film diretto da Danny Boyle e scritto da Alex Garland, ovvero il duo che ha rivoluzionato gli zombie movie nel 2002 con 28 giorni dopo. In questa scelta però c’è molto più di una semplice suggestione poetica, è quasi una dichiarazione artistica sul tipo di operazione che i due hanno voluto fare e che continuerà con altri due film.
Arrivato nelle sale italiane il 18 giugno 2025 con Eagle Pictures, 28 anni dopo è – nomen omen – ambientato quasi tre decenni dopo l’outbreak del virus della rabbia nel Regno Unito. Dopo un’epoca segnata dalle influenze del cinema di George Romero, Boyle e Garland hanno deciso a inizio millennio di cambiare le carte in tavola, di raccontare gli aspetti più brutali e ferali dell’umanità attraverso una metaforica e apocalittica epidemia. Da quel primo film ad oggi, però, c’è stata di mezzo una vera pandemia ed ecco allora che il setting del nuovo film non poteva che essere un’isola separata dalla mainland britannica, una comunità letteralmente isolata e distante ormai dal resto dell’umanità. Qui vive Spike (Alfie Williams), un figlio del nuovo mondo, addestrato con rigore militare dal padre (Aaron Taylor-Johnson) ma che dallo stesso non sembra aver preso la stessa cinica distanza rispetto ai problemi di salute della madre (Jodie Comer) e dalla speranza di poterla aiutare. Per questo decide di tornare nel continente, per cercare aiuto in una landa desolata ancora infetta.
Con 28 anni dopo, Danny Boyle e Alex Garland hanno in qualche modo tentato una mossa alla George Miller: così come il regista australiano ha prima codificato il genere post-apocalittico per poi tornare a rielaborarlo 36 anni dopo (tanto è passato da Interceptor ad uno dei capolavori del nuovo millennio, Mad Max: Fury Road), così il dinamico duo è tornato sull’immaginario che ha cambiato i connotati agli zombie movie, dando il via ad un trend che è stato poi ampiamente sfruttato da alcuni capisaldi moderni del genere, da The Last of Us a Train to Busan e se ne potrebbero citare decine d’altri. Per sintetizzare: ogni volta che in un film o una serie si vede un gruppo di zombie che corre, il merito è di 28 giorni dopo. Questo terzo capitolo (28 settimane dopo diretto da Juan Carlos Fresnadillo è uscito nel 2007) non ha lo stesso impatto travolgente di Fury Road, ma è comunque in grado di segnalarsi sia per le novità che per la continuità rispetto alla saga.
È cambiato il paradigma: il focus non è più la brutalità dell’uomo, la furia annientatrice del virus, ma ciò che resta dell’umanità, termine inteso sia come specie che come sentimento di solidarietà umana, di comprensione e di indulgenza verso gli altri uomini. Parole che abbiamo imparato a conoscere bene negli anni della pandemia da Covid-19, quando l’isolamento ha in un certo senso fatto emergere lati chiaroscurali della nostra società, tra gesti carichi di simbolismo benaugurante e atti di angosciante barbaria. In 28 anni dopo c’è sia l’uno che l’altro aspetto: gli ultimi di noi (the last of us, appunto) rimasti si sono trincerati dietro mura, si sono dati regole precise sull’abbandonare per sempre chi decide di andare sulla terraferma, stringono legami umani fragili e vivono nell’illusione di poter mantenere gli stessi comportamenti umani pre-apocalittici. Chi però è nato già in questa società marginale e ferita, chi non ha vissuto il trauma del passaggio dal vecchio al nuovo mondo, fatica ad accettare quel cinismo imperante e sprezzante nei confronti degli infetti, dei malati, degli ultimi rimasti fuori dalle mura. È il caso di Spike, ma anche del misterioso dottore interpretato da Ralph Fiennes.
La continuità è data invece dall’estetica. Presentato nello stesso formato Ultra Panavision 70 di Ben-Hur e di altri titoli recenti che puntano molto sull’impatto visivo del grande schermo (The Creator e Sinners, per dirne due), in 28 anni dopo il direttore della fotografia Anthony Dod Mantle ha girato il film primariamente con degli iPhone, cercando di ricreare quella stessa grana grossa dal sapore low-budget che ha caratterizzato 28 giorni dopo; estetica rinforzata da bullet-time meno fluidi che in Matrix ma funzionali a restituire una dissonanza, insieme ai continui stacchi e flash di montaggio a tratti allucinogeni sparsi qua e là per tutto il film. Dal cielo illuminato di galassie a piani strettissimi, 28 anni dopo punta tutto su un ritmo forsennato, claustrofobico, un’esperienza sensoriale opprimente… proprio ciò che Rudyard Kipling voleva trasmettere con la poesia Boots del 1903, la cui più celebre e scandita registrazione del 1915 è stata usata sia in ambito di addestramento militare che nel trailer e nel film stesso.
Oltre la forma ricercata, straniante e un contenuto allegorico più attuale che mai, 28 anni dopo presenta anche delle storture che ne limiteranno probabilmente la risposta positiva da parte di critica e pubblico, su tutti un ritmo eccessivamente ondivago tra la prima adrenalinica parte e la seconda, più riflessiva e contemplativa, per poi rialzare i giri del motore in un finale eccessivamente affrettato e aperto, viziato dalla scelta di fare del film il primo di una nuova trilogia. Una chiusura più netta avrebbe probabilmente dato più beneficio al film, che sembra ceduto alla tentazione di inseguire la strada dei figli di 28 giorni dopo cedendo ad elementi prettamente più fantasy (i nuovi infetti simboleggiano le varianti del virus, ma seguono anche logiche videoludiche pure) e della moderna serialità cinematografica.
Poco male, perché se l’intenzione è questa – ovvero riportare in auge l’immaginario che ha rivoluzionato il genere zombie grazie a film tutt’altro che classico nella confezione e anzi pieni zeppi di idee – siamo di fronte all’inizio di qualcosa di particolarmente interessante per il panorama cinematografico attuale, costretto spesso in una gabbia di prodotti algoritmici senz’anima e interesse. 28 anni dopo non è così: gli zombie non avranno più un’anima, certo, ma la saga ne ha da vendere.
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